Il magistrato e scrittore palermitano Fabio Pilato è stato insignito del Premio Universum alla carriera 2026, rilasciato dalla Universum Academy Switzerland. In un’intervista a BE Sicily Mag racconta la soddisfazione per il riconoscimento ricevuto e ripercorre il tema centrale del suo ultimo romanzo, Un giornalista d’inchiesta, pubblicato da Linea Edizioni nel 2025 e sequel del suo romanzo d’esordio Il magistrato ipocrita: la prima inchiesta giornalistica di Carlo Lozzi, tra mafia, massoneria, magistratura e poteri occulti (2023).
Un premio alla doppia carriera di magistrato e scrittore
Nella motivazione si legge che il Premio gli è stato conferito per i servigi resi alla Repubblica Italiana e alla magistratura quale giudice del Tribunale di Palermo e di Caltanissetta, oltre che per la preziosa attività di promotore culturale e per lo spessore letterario-filosofico dei suoi romanzi, che restituiscono al giornalismo d’inchiesta la dignità del diritto di ogni cittadino a conoscere la verità.
“Mi ha fatto molto piacere – spiega – essere stato premiato con una doppia motivazione, che coinvolge entrambe le professioni che esercito. A darmi grande soddisfazione anche la tempistica, in quanto il Premio arriva in un momento particolare, a pochi mesi dalla pubblicazione del mio secondo romanzo, uscito a novembre 2025. Il fatto che abbia già ottenuto un tale riscontro mi riempie d’orgoglio”.
Il tema della verità, tra tribunale, giornalismo e vita privata
Al centro del suo lavoro c’è il tema della verità. Un tema che non solo fa da colonna portante all’esercizio della professione di magistrato, ma che entra nella scrittura attraverso la figura del protagonista dei due romanzi, Carlo Lozzi. “Alla base c’è un’esigenza di legalità, il desiderio di una società che si ispiri ai valori del giusto e della verità. Sono valori fondamentali per ogni essere umano, a maggior ragione per chi sceglie di fare il magistrato. Questa esigenza è anche al centro dei miei romanzi, che affrontano il tema della verità e della giustizia non solo in senso legale, ma come valori etici che guidano la vita e le relazioni umane, dall’amicizia all’amore”.
Cosa significa essere un giornalista d’inchiesta
Nei suoi romanzi, è il protagonista Carlo Lozzi a comprendere, a rischio della propria vita, cosa significhi essere un giornalista d’inchiesta libero e indipendente, che ricerca verità e giustizia, insensibile a ogni forma di condizionamento del potere. “Sono delle figure indispensabili, che oggi scarseggiano. Il giornalista, come il filosofo, ha il compito di cercare la verità. Questo significa verificare le fonti e non partire da pregiudizi. Se si parte da un’idea già formata, si cade nel cosiddetto verificazionismo e si cercano solo prove che confermino ciò che si pensa. È una distorsione. Il giornalista deve invece costruire la propria idea a partire dai fatti, non il contrario”, prosegue Pilato.

Non sempre, infatti, la verità è accessibile ai cittadini, come dimostrato dalle frequenti divergenze tra verità giudiziaria e mediatica. “È un problema enorme. Oggi la verità mediatica, spesso costruita su fonti approssimative, corre molto più veloce della verità processuale. Le trasmissioni televisive e le notizie rischiano di alterare il percorso della verità giudiziaria, influenzando anche l’opinione pubblica. Così, quando arriva la sentenza, esiste già un giudizio popolare formato su informazioni incomplete. Le inchieste giornalistiche sono fondamentali e possono aiutare, ma dipende da come vengono condotte. Possono anche ostacolare la ricerca della verità. Il rischio è perdere di vista l’obiettivo principale, cioè un accertamento ponderato e meditato dei fatti”.
Il difficile rapporto tra cittadinanza e magistratura
Ed è proprio sul terreno della verità e della giustizia che oggi si gioca anche il rapporto tra cittadini e istituzioni: un rapporto complesso, segnato da dubbi e incertezze sulla professionalità e sull’imparzialità dell’organo, come emerso nel recente dibattito pubblico. “Negli ultimi anni è cresciuto un sentimento di sfiducia verso la magistratura, e dobbiamo riconoscere che anche noi (magistrati ndr) abbiamo contribuito a generarlo. A questo si aggiungono problemi strutturali della giustizia che durano da decenni. È un quadro che dispiace, perché all’interno della magistratura esistono ancora forze sane e ideali forti, ma spesso queste voci vengono messe da parte, sovrastate dalle polemiche e dalle contrapposizioni. Mi auguro che, superata la fase del referendum, possano emergere di più”.





















