Rita Atria aveva solo diciassette anni quando decise di compiere una scelta destinata a cambiare per sempre la sua vita: rompere il silenzio e raccontare ciò che sapeva sulla mafia. Cresciuta a Partanna, cittadina in provincia di Trapani, in una famiglia legata alle dinamiche delle cosche locali, si trovò a sfidare un sistema fondato sulla paura, sull’omertà e sulla fedeltà imposta ai legami familiari. Dopo la morte del padre e del fratello, entrambi vicini agli ambienti mafiosi, Rita scelse di collaborare con la giustizia seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello, diventando una delle più giovani testimoni di giustizia della storia italiana: Rita si tolse la vita il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio.
La scelta di una ragazza contro il muro dell’omertà
A soli diciassette anni Rita Atria decise di intraprendere una strada che, nella Sicilia degli anni Novanta, significava rompere con tutto ciò che aveva conosciuto. Figlia di Vito Atria, esponente mafioso ucciso nel 1985 a Partanna in un regolamento di conti, scelse di collaborare con la giustizia seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello, diventata testimone dopo aver rifiutato il sistema di silenzi e complicità che aveva segnato la sua famiglia.
La sua decisione ebbe un prezzo altissimo: venne emarginata dal paese, considerata una traditrice da chi vedeva la collaborazione con lo Stato come un disonore. Dopo la morte del padre e del fratello, il rifiuto della madre e della sorella e la fine della relazione con il fidanzato Calogero, Rita trovò nel magistrato Paolo Borsellino un punto di riferimento umano prima ancora che professionale. L’incontro avvenuto nel novembre 1991, quando Borsellino era procuratore a Marsala, segnò profondamente la sua vita: per lei divenne una figura paterna capace di ascoltarla e sostenerla.
Il messaggio di Rita Atria contro la mafia
Le rivelazioni di Rita Atria e di Piera Aiello contribuirono a ricostruire gli equilibri criminali delle cosche di Partanna, Sciacca e Marsala, portando all’arresto di diversi esponenti mafiosi. Per questo Rita fu trasferita a Roma, in una località protetta e sotto falso nome, costretta a vivere lontana dalla sua terra e dagli affetti, in una condizione di isolamento profondo. Nel suo diario affidò pensieri che ancora oggi raccontano la sua determinazione e la sua visione di una Sicilia libera dalla violenza mafiosa: “Bisogna rendere coscienti i ragazzi che vivono nella mafia che al di fuori c’è un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di quello o perché hai pagato per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo”.
Dopo la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, in cui perse la vita Paolo Borsellino, Rita sentì di aver perso la persona che più l’aveva sostenuta nel suo percorso di ribellione: 26 luglio 1992, a soli diciotto anni, si tolse la vita a Roma gettandosi dal settimo piano della caserma dei Carabinieri che la custodiva.


















