Fu definito l’ultimo Gattopardo di Sicilia ma era anche un poeta, uno scrittore, un intellettuale, un femminaro e un politico lungimirante: Giuseppe Avarna, nobile siciliano, Duca di Gualtieri Sicaminò, piccolo borgo medievale in provincia di Messina, era tutto questo. Nato nel 1916, di certo fu un personaggio eccentrico e discusso della Valle del Mela, erede di una storica famiglia del Mezzogiorno. Particolare anche il suo rapporto con Magda Persichetti, nobildonna che sposò nel 1941 e da cui ebbe tre figli.
Parlava correttamente inglese e francese. Fondatore e direttore, insieme a un gruppo di giovani scrittori, della rivista Girasole, nel 1950 compose anche un dramma in francese, Poème d’un soldat mort à la guerre, che raccontava la crisi morale e sociale della gioventù segnata dalla guerra. Pur continuando a vivere in Sicilia, frequentava spesso i salotti culturali e i circoli artistici di Roma, dove aveva studiato.
La politica e poesia di Giuseppe Avarna
Giuseppe Avarna, pur continuando a vivere in Sicilia, frequentava spesso i salotti culturali e i circoli artistici di Roma, dove aveva studiato. Parlava correttamente inglese e francese. Fondatore e direttore, insieme a un gruppo di giovani scrittori, della rivista Girasole, nel 1950 compose anche un dramma in francese, Poème d’un soldat mort à la guerre, che raccontava la crisi morale e sociale della gioventù segnata dalla guerra. In italiano, invece, scrisse almeno dodici libri di poesie, pubblicati da importanti case editrici dell’epoca.
Oltre che nella letteratura, il Duca di Gualtieri Sicaminò fu impegnato anche nella politica, come promotore del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia nel 1945, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, insieme a personaggi del calibro di Gaetano Martino e Carlo Stagno d’Alcontres.

“La campana dell’amore” del Duca di Gualtieri Sicaminò
Se da intellettuale Giuseppe Avarna ha dato il meglio di sé, più turbolenta è stata invece la vita privata. Nel 1980, il Duca di Gualtieri Sicaminò lasciò la storica dimora di famiglia, costruita nell’Ottocento dal suo antenato, per trasferirsi nella cappella del curato adiacente al castello di Gualtieri. Il motivo consisteva nel divorzio dalla moglie Magda Persichetti, che si prese l’abitazione di famiglia, lasciandolo in difficoltà economiche. “Si è presa tutto ciò che possedevo”, dichiarava spesso l’uomo nelle interviste, quello che “era frutto del mio lavoro e dei beni di famiglia”. Fu la sua nuova compagna, Tava, a prendersi cura del loro sostentamento.
Il racconto più curioso legato alla vita del Duca riguarda lo scampanio che si udiva dalla torre del suo palazzo a Sicaminò, borgo che i locali chiamavano semplicemente “u feu“, ovvero il feudo. Si narra infatti che, dopo ogni notte d’amore con la sua nuova moglie Tava Daetz, una assistente di volo americana
e donna bellissima di soli ventisei anni (lui ne aveva quasi sessanta), Giuseppe Avarna facesse suonare le campane della adiacente chiesetta sconsacrata, poi ribattezzata dai paesani “la campana dell’amore”. Un rituale che andò avanti per dodici anni. Nella casa accanto abitava proprio l’ex moglie Magda Persichetti. Per molti, si trattava di un chiaro gesto provocatorio nei suoi confronti. La donna denunciò l’accaduto al pretore di Milazzo, che condannò il Duca di Gualtieri Sicaminò al pagamento di un’ammenda. La vicenda risultò talmente singolare da incuriosire persino Enzo Biagi, che volle raccontarla in un suo programma televisivo.

La morte di Giuseppe Avarna e la sua eredità
La vita di un uomo così fuori dagli schemi non poteva che concludersi in modo drammatico e spettacolare. Il 21 febbraio 1999, un incendio scoppiò nell’abitazione accanto al castello di Giuseppe Avarna. Le fiamme avvolsero anche la stanza dove si trovavano i suoi scritti l’allora ottantaduenne cercò disperatamente di salvarli, lanciandosi nel fuoco e buttando fuori dalla finestra ciò che poteva. In parte, riuscì nel suo intento, ma morì durante le operazioni.
Gli scritti salvati dall’incendio non sono l’unica eredità rimasta del Duca di Gualtieri Sicaminò. Il palazzo baronale, la cappella e il borgo esistono ancora. Oggi si trovano in uno stato di abbandono, ma attirano ancora visitatori che cercano di sbirciare all’interno delle stanze e passeggiare nel giardino. Il castello è tuttora disabitato, venne pignorato e acquistato all’inizio del 2020 con l’intenzione di trasformarlo in una struttura ricettiva. Il progetto, però, non andò mai in porto e oggi l’immobile appartiene ai figli del nuovo proprietario, che non hanno mai smesso di cercare un modo per valorizzarlo. Quanto alla famosa “campana dell’amore“, invece, non esiste più: è stata rubata circa dieci anni fa. E così, nel borgo di Sicaminò, adesso regna solo il silenzio.



















