Sono quarantatré gli anni trascorsi dalla scomparsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato il 3 settembre 1982 dalla mafia, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. Un arco di tempo lungo, attraversato però da continue lotte contro un sistema corrotto e ingiusto che, per troppo tempo, ha tenuto in pugno Palermo e la Sicilia. L’omicidio di Dalla Chiesa, ricordato per aver “combattuto senza tregua contro la mafia” avvenne in via Carini, a Palermo. Oggi, proprio in questo luogo, la città lo ricorda con un omaggio simbolico: la deposizione di una corona d’alloro.
La storia di Dalla Chiesa
Dalla Chiesa, di origine piemontese, era stato inviato a Palermo per combattere la mafia dopo aver dimostrato grande capacità nel contrastare il fenomeno terroristico che aveva caratterizzato l’Italia in quegli anni. Raggiunse la città insieme alla moglie allora trentaduenne, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana. Dalla Chiesa aveva più volte richiesto poteri speciali, ma la sua voce non venne ascoltata e la conseguenza fu la tragica vicenda del 3 settembre 1982.
L’importanza del generale per Palermo e l’insoddisfazione della condanna
Arrivato a Palermo con procedura d’urgenza, per vivere quelli che sarebbero stati i suoi “cento giorni”, era stato richiesto per il suo passato di lotta contro la criminalità del Nord Italia e le Brigate Rosse. Fu figura chiave anche per il Maxiprocesso che lo vide impegnato contro 162 esponenti della Cupola. Quando perse la vita, il grido della città fu forte ma segnato dalla paura e dall’assenza di speranza, in una Palermo sempre più svuotata di cittadini onesti.
Neppure le condanne hanno mai convinto del tutto: nella sentenza della Corte d’Assise del 2002, che inflisse l’ergastolo ai killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, si legge infatti che “si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra concernenti sia le modalità con le quali il generale fu mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.
Il silenzio dello Stato
Come disse qualche tempo dopo anche Giovanni Falcone, in una delle sue ultime interviste, il generale aveva già la sensazione di essere stato lasciato solo da uno Stato troppo silente. “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”, spiegò il prefetto, e Cosa nostra non sprecò l’occasione. Anche il pubblico ministero Nico Gozzo confermò questa lettura: “Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee, rappresentando solo se stesso e non l’intero Stato. Si è resa inevitabile la tragica fine”.
Il commento delle istituzioni durante la commemorazione
Durante la sua vita, lo Stato rimase in silenzio. Oggi le istituzioni non possono fare e meno di ricordarlo. Il presidente della Regione Renato Schifani, in occasione della commemorazione, ha rievocato l’altissimo senso di fedeltà al Paese del generale dicendo: “Nel giorno in cui commemoriamo il sacrificio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia, la Sicilia si stringe attorno alla memoria di un uomo che resta un faro di legalità per le generazioni presenti e future. Dalla Chiesa è per noi motivo di commozione e di profonda gratitudine: in un contesto difficile come quello siciliano, lottò senza tregua contro la criminalità organizzata”.
Anche l’assessore ai Beni culturali e all’identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato si è espresso per ricordare la figura del generale: “Il senso dello Stato e la tenacia dimostrati dal prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa nel contrasto alla mafia, in un contesto difficile come quello siciliano, toccano ancora oggi, nel profondo, la coscienza civica di ogni cittadino e di ogni rappresentante delle istituzioni. Un esempio prezioso per le nuove generazioni con cui il generale amava dialogare, avendo capito l’importanza del loro coinvolgimento nel promuovere la cultura della legalità”.



















