“Cu nesci arrinesci” – ovvero “chi esce riesce” – è un antico proverbio siciliano legato al fenomeno dell’emigrazione, che suggerisce come per avere successo e realizzarsi sia spesso necessario allontanarsi dalla propria terra d’origine. Un detto che sembra raccontare bene anche il percorso di Alessandro Foti.
Alessandro è un ricercatore di chimica che studia i meccanismi di interazione tra il sistema immunitario e batteri e patogeni. Vive e lavora stabilmente in Germania da quasi quattordici anni, ma il suo cammino professionale e umano parte inevitabilmente dalla Sicilia dove è nato e cresciuto.
Dopo aver studiato Biologia a Palermo, si trasferisce a Roma, alla Sapienza. È lì che matura la consapevolezza che in Italia non ci sono le condizioni per costruire il futuro che immaginava. Racconta un episodio preciso: il colloquio per un tirocinio all’ospedale Umberto I: “Chi mi voleva prendere mi disse che lui stesso prendeva lo stipendio una volta ogni due mesi”. Un momento che per lui diventa uno spartiacque.
Dalla Sicilia alla Germania, una presa di coscienza
“Andare via quindi non è stato tanto un’attrazione dall’estero, ma più un rifiuto all’interno. Mi sono reso conto che non c’erano le condizioni per fare questo lavoro in maniera dignitosa”. Non era disposto ad accettare un percorso fatto di stipendi incerti e dipendenze personali. Così fa domanda per una borsa di studio: la ottiene e parte per Potsdam, vicino Berlino, dove consegue un dottorato in Chimica. Terminato il dottorato, viene assunto al Max Planck Institute, dove si occupa di malattie infettive e dove lavora ancora oggi.

In questi anni il lavoro lo ha portato in giro per il mondo, con periodi di ricerca anche negli Stati Uniti, in Portogallo e in Giappone. “Il lavoro di ricerca è un lavoro di movimento, di scambio. Non è più un lavoro individuale: è collettivo, cumulativo. Sei un mattoncino di un sistema enorme”. Una visione internazionale che oggi è quasi una condizione strutturale del mestiere di scienziato. L’arrivo in Germania, però, non è stato semplice. “Mi sono trovato catapultato in un gruppo di ragazzi tedeschi, ero l’unico non straniero ed è stato uno shock“. Barriere linguistiche e culturali, stereotipi, dinamiche dure. “All’estero hai dei benefici, ma anche grandi difficoltà a inserirti socialmente”.
Eppure, c’è un elemento che per lui ha fatto la differenza: la coerenza tra promesse e realtà. “Banalmente, un datore di lavoro che ti promette una cosa, te la dà sul serio. Mi dicevano che avrei avuto un contratto e l’ho avuto”. Quel riconoscimento concreto gli ha dato la spinta per andare avanti e superata la fase iniziale, si è integrato.
Una generazione che parte
A Berlino, Foti scopre di non essere un caso isolato. “Mi sono reso conto che non ero l’unico che non aveva trovato spazio in Italia. C’erano tantissimi italiani e tanti siciliani che, come me, vivono questa condizione”, un allontanamento forzato, imposto da una terra che non è capace di tenerti con sé, nonostante le tue capacità e volontà di impegnarti.
Da qui nasce una riflessione più ampia che diventa per Foti un vero e proprio impegno civile. Studia il fenomeno, entra in contatto con sociologi e demografi, approfondisce i dati, incontra persone, scopre di far parte della cosiddetta quarta ondata emigratoria italiana che si conta dall’Unità a oggi. “Negli ultimi dieci anni quasi un milione di cittadini italiani aveva portato la residenza all’estero. Una roba che non si vedeva dagli anni Settanta”. Oggi, spiega, la nuova emigrazione è sempre più qualificata. “Più studi, più ti formi, più tendi ad andare via” afferma e riporta anche alcuni dati: “L’anno scorso sono andate via dall’Italia ufficialmente 190 mila persone, di cui 156 mila cittadini italiani. Se guardi i giovani, fino ai 38-40 anni, metà aveva una laurea. Dieci anni fa erano il 25%”.
Il silenzio del dibattito pubblico
Nel frattempo, in Italia il dibattito pubblico rimane concentrato sull’immigrazione in entrata. “In tv si parla solo di invasione degli immigrati, ma nello stesso periodo nel nostro Paese avviene un boom di emigrazione”. Questa consapevolezza si traduce in un percorso di impegno che si traduce anche in un libro dal titolo Stai fuori!: Come il Bel Paese spinge i giovani ad andare via e in interventi pubblici, tra questi un intervento al TED (Una generazione altrove) e una intervista per il programma Report su RaiTre.

La Sicilia è storicamente terra di emigrazione, resta in cima alle classifiche delle partenze. Ma non è solo un luogo di problemi. “È piena di cose e di gente interessante, di tanti cervelli. Molti rimangono ma a condizioni che non permettono una vita dignitosa”. Alessandro perlò non ha dimenticato la sua terra. Torna spesso nell’Isola e non esclude un futuro di collaborazione. “Perché no? Sarebbe bello iniziare a collaborare con qualche istituto o gruppo siciliano. Non prossimamente, magari più avanti” dice con una punta di amarezza.
Partire, restare, tornare
A un giovane di diciotto anni che sogna di costruire il proprio futuro in Sicilia, non offre risposte semplici. “Gli direi di fare quello che si sente. Di non seguire solo le spinte esterne. Se ti piace una cosa e sei bravo, falla con passione. Sapendo però che rimanere in posti dove le possibilità sono limitate vuol dire lottare. Se hai l’energia per farlo, bene. Altrimenti troverai la posizione che ti fa stare bene”.
Per Foti quindi non c’è un’unica strada giusta. Partire, restare e tornare fanno parte dello stesso gioco, c’è la consapevolezza che la scelta di andare via oppure no non è solo individuale, ma intrecciata a un sistema che, secondo lui, va guardato senza retorica. Anche da lontano.





















