C’è una Sicilia che continua a rincorrere il resto d’Italia su scuola, occupazione, redditi e servizi. E poi ce n’è un’altra che, quasi in silenzio, racconta qualcosa di molto diverso: una terra in cui le reti familiari tengono ancora, la soddisfazione per la vita resta alta e la percezione di sicurezza, contro molti luoghi comuni, supera la media nazionale. È questo il ritratto più interessante che emerge dal report “Il Benessere equo e sostenibile dei territori – Sicilia 2025” dell’Istat: un’isola piena di fragilità, sì, ma anche di contraddizioni che meritano di essere guardate meglio.
Una regione in affanno quasi ovunque
Il dato che colpisce subito è netto: nell’ultimo anno disponibile, sui 60 indicatori analizzati, la Sicilia risulta in vantaggio solo in 9 casi e in svantaggio in 39 rispetto alla media nazionale. È una fotografia severa, che attraversa quasi tutti i grandi temi del vivere quotidiano: lavoro, istruzione, benessere economico, innovazione e qualità dei servizi. Anche nelle province il quadro non cambia molto: Palermo mostra più indicatori positivi rispetto alle altre, ma resta comunque segnata da molti elementi di debolezza; Siracusa, invece, è tra i territori con il maggior numero di indicatori sotto la media italiana.
Sul fronte del lavoro, la distanza dall’Italia resta pesante. In Sicilia il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è al 50,7%, ben 16,4 punti sotto la media nazionale. Ancora più duro il dato sui giovani: l’occupazione tra i 15 e i 29 anni si ferma al 23,5%, mentre la mancata partecipazione al lavoro giovanile arriva al 47%. Tradotto: quasi un giovane su due resta fuori dal mercato del lavoro. In questo scenario Ragusa rappresenta l’eccezione che spezza il racconto uniforme dell’isola, con numeri molto più vicini a quelli italiani.
La scuola resta uno dei nervi scoperti
Anche l’istruzione continua a mostrare una Sicilia in ritardo. Solo il 6,6% dei bambini tra 0 e 2 anni usufruisce di servizi comunali per l’infanzia, contro il 16,8% nazionale. La quota di persone tra 25 e 64 anni con almeno il diploma è al 56,1%, oltre dieci punti sotto la media italiana. E poi ci sono i dati che fanno più rumore di tutti: nelle terze medie, le competenze numeriche non adeguate riguardano il 62,3% degli studenti, quelle alfabetiche il 52,3%, molto oltre i valori italiani. Sono numeri che non parlano solo di scuola, ma del futuro di un’intera regione.
A questo si aggiunge il nodo dei NEET: in Sicilia i giovani che non studiano e non lavorano sono il 25,7%, contro il 15,2% italiano. È uno di quei dati che da soli bastano a spiegare perché il tema generazionale, nell’isola, non sia un dibattito teorico ma una questione concreta, quotidiana, familiare.
Salari bassi, pensioni più leggere, laureati che se ne vanno
Se il lavoro manca, quando c’è non basta quasi mai a colmare il divario. La retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti in Sicilia è di 17.135 euro, contro i 23.630 della media nazionale. Anche i redditi pensionistici risultano più bassi, mentre aumenta la quota di pensionati con assegni di importo ridotto. È una fragilità economica che non riguarda solo chi cerca lavoro, ma intere famiglie e intere generazioni.
E poi c’è la ferita più simbolica: la fuga dei laureati. Nel 2023 la Sicilia perde 34 giovani laureati ogni mille residenti della stessa fascia d’età per trasferimento verso altre regioni o all’estero. In province come Caltanissetta ed Enna il dato è ancora più pesante. Non è solo una statistica sull’emigrazione: è il segno di un capitale umano che si forma qui ma troppo spesso immagina il proprio futuro altrove.
Però la Sicilia sorprende dove non te l’aspetti
Ed è qui che il report cambia tono. Perché, accanto ai divari, ci sono alcuni indicatori che ribaltano completamente la narrazione più scontata. La Sicilia registra una percezione di sicurezza camminando da soli al buio pari al 68,1%, oltre cinque punti sopra la media italiana. Anche la quota di famiglie che considera a rischio criminalità la zona in cui vive è più bassa del dato nazionale. E sul fronte dei reati predatori i numeri sono persino più sorprendenti: furti in abitazione, borseggi e rapine denunciate si collocano su livelli generalmente migliori rispetto all’Italia.
Non solo. L’89,2% dei siciliani dichiara di avere parenti su cui poter contare, dato superiore sia all’Italia sia al Mezzogiorno. E la soddisfazione per la vita raggiunge il 55,8%, sopra la media nazionale. In province come Enna il dato sale ancora di più. È come se, dentro un contesto economicamente fragile, resistesse una trama sociale capace di ammortizzare almeno in parte il peso delle difficoltà.
Il vero paradosso siciliano
Il punto, allora, non è dire che la Sicilia sta bene o che sta male. Il punto è capire che sta vivendo un paradosso fortissimo. Da un lato resta in ritardo su molte delle strutture che dovrebbero garantire opportunità: occupazione, istruzione, innovazione, trasporti, redditi. Dall’altro conserva ancora alcune risorse immateriali potentissime: legami, reti di aiuto, una certa fiducia nella vita, e persino una percezione della sicurezza più alta di quanto si immagini. Lo dimostra anche un altro dato curioso: la copertura della rete fissa ultra veloce raggiunge l’81% delle famiglie, sopra la media italiana, mentre altri servizi essenziali, come il trasporto pubblico locale o la regolarità del servizio elettrico, restano indietro.
È forse questo il punto più interessante del report Istat: la Sicilia non entra più in una sola etichetta. Non basta raccontarla come terra ferma, né come isola resiliente per definizione. È entrambe le cose insieme. E forse è proprio questa contraddizione, oggi, la notizia più vera.




















