Mariachiara Accardi
Mariachiara Accardi
Studentessa presso l’Università degli studi di Palermo. Curiosa, amante della scrittura e delle idee che smuovono. Mi appassionano l’attualità, la politica e l’arte, mondi diversi che intreccio con entusiasmo e spirito critico. Credo non si debba mai smettere di imparare, osservare e cercare.

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Il siciliano rallenta, ma non scompare: la sfida per salvarlo

Mentre l’italiano rafforza la sua diffusione in famiglia e nei rapporti sociali, il dialetto siciliano perde parlanti e spazi d’uso: associazioni lanciano l’allarme e chiedono politiche urgenti di tutela

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L’uso dei dialetti in Italia è sempre più remoto, ma ce ne sono alcuni che resistono allo scorrere del tempo. Tra questi c’è il siciliano, dietro solo alla Calabria. A dirlo sono i dati Istat contenuti nel rapporto dal titolo “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere, anno 2024”. Essi rivelano che, sebbene ci sia un rafforzamento sempre più dominante dell’italiano, l’Isola resta tra le prime regioni ad utilizzare questa lingua in modo esclusivo oppure misto. Le persone intervistate, in particolare, ammettono di usarlo spesso soprattutto in famiglia e con gli amici.

I dati Istat

Secondo la classifica stilata dall’Istituto Nazionale di Statistica in Sicilia è il 61,5% di persone che utilizza il dialetto in famiglia. L’Isola rimane seconda solo alla Calabria che con il suo 64% mantiene la prima posizione. Resta sul podio la Sicilia anche nell’uso del dialetto con gli amici (57,9%), con la Campania che c con il suo 61,3% supera anche la Calabria (60,1%). La situazione cambia leggermente nel caso dell’uso del dialetto con gli estranei. Se Campania (29%) e Calabria (27,8%) resistono, la Sicilia viene sorpassata invece dal Veneto (24,4%).

Sebbene, quindi, la Sicilia rimanga tra le poche regioni con una media superiore a quella nazionale nell’uso del dialetto, i dati restano preoccupanti per chi intende preservare questa tradizione identitaria. Infatti i numeri degli ultimi dieci anni parlano chiaro: in Sicilia si registra un calo del 7,3% di chi lo parla in famiglia.

Il rischio concreto è la progressiva scomparsa di queste lingue storiche nel giro di pochi anni, con la conseguente perdita del legame tra il loro utilizzo e le nuove generazioni. Dai dati sembra emergere, in particolare tra i siciliani, una diffusa reticenza a parlare il dialetto con gli estranei, forse alimentata da una forma di snobismo o dal timore che il siciliano venga percepito come volgare, piuttosto che come espressione naturale e parte integrante della cultura dell’Isola.

Il segnale d’allarme è stato colto dalle Associazioni unite per la cultura e la lingua siciliane (Auclis), che in una nota sottolineano come “tutte le lingue regionali – compresa la lingua siciliana – siano ormai a rischio di estinzione se non si interviene con politiche serie e strutturali, perché il problema è anche politico”. Secondo Auclis, l’Italia, pur possedendo uno dei patrimoni linguistici più ricchi d’Europa, rischia di perdere una parte fondamentale della propria ricchezza culturale a causa del quasi totale immobilismo istituzionale in materia di politiche linguistiche orientate alla rivitalizzazione delle lingue regionali.

Una storia millenaria che sta sparendo

Nel dialetto siciliano convivono influenze del greco, del latino, dell’arabo, del normanno, del francese e dello spagnolo, espressione di una storia antichissima che lo rende una lingua diretta, visiva e particolarmente adatta al racconto orale, teatrale e poetico. Alcuni linguisti definiscono il dialetto siculo una lingua autonoma, viva, che si trasforma da zona a zona dell’Isola e che rappresenta non solo un mezzo di comunicazione, ma anche una presa di posizione identitaria.

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Il mancato sostegno giuridico

A pesare, considerato il riconoscimento UNESCO del siciliano come una lingua regionale a rischio estinzione, è anche l’assenza di un adeguato supporto giuridico. L’Italia non ha infatti ratificato la Carta europea per le lingue regionali e minoritarie del Consiglio d’Europa, strumento che definisce standard e buone pratiche per la tutela e la promozione delle lingue storiche non maggioritarie. A ciò si aggiunge l’esclusione del siciliano dalla legge nazionale 482/1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche.

“Con questi dati allarmanti non si può più aspettare – affermano ancora le associazioni – occorre una nuova legge che riconosca tutte le lingue regionali e che consenta di tutelarle e promuoverle secondo le indicazioni della Carta europea per le lingue regionali e minoritarie, che andrebbe finalmente attuata”.

Salvaguardare il siciliano significa preservare memoria e identità rischiando che questa voce antica smetta di essere parlata.

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