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Un secolo di donne nelle canzoni: “La musica specchio dell’evoluzione, ma restano residui di patriarcato”

Da "Signorine Sposatevi" (1938), alle canzoni di oggi, passando per "Malafemmena" (1951), "Era la donna mia" (1967) e "Bella Stronza" (1995): cosa è successo tra musica e donne? A spiegarlo è il professore Matteo Licari

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Studiare la condizione femminile attraverso le canzoni è un modo insolito per far conoscere l’evoluzione della donna negli ultimi cento anni. A cimentarsi in questo progetto è stato il professore catanese Matteo Licari, docente di Sociologia dei gruppi all’Università di Firenze, il quale ha analizzato novanta testi di musica leggera esaustivi per i suoi scopi. Lo studio è stato condotto quindici anni fa e ha avuto molta risonanza in tutta Italia, anche di recente, data l’attualità del tema. Nelle scorse settimane è stato presentato anche a Gravina di Catania, in un convegno organizzato per la Giornata internazionale della donna dalla Fidapa e moderato dalla docente e musicoterapista Lucia Di Paola. A BE Sicily Mag l’esperto ha ammesso di stare pensando a una seconda edizione, che analizzerà brani più recenti.

Lo studio sulle canzoni del professore Matteo Licari

Signorine Sposatevi” (1938), “Malafemmena” (1951), “Era la donna mia” (1967), “Bella Stronza” (1995). Sono soltanto alcuni dei testi analizzati dal gruppo di studio dell’Università di Firenze. “I testi della musica leggera italiana e mondiale – dice Matteo Licari – sono uno specchio fedele della società, raccontano il modo in cui l’autore vive in quel momento la società”.

Lo studio parte dall’inizio del ventesimo secolo, quando la condizione giuridica e sociale della donna era di piena sottomissione all’uomo, sia in famiglia che in società. “I testi di oggi – aggiunge – sono di gran lunga meno belli e meno incisivi dei testi degli anni passati, perché sono la fedele testimonianza di un calo della creatività generale. Resta il fatto che la società di oggi è ben rappresentata dai testi che vediamo per esempio a Sanremo, sui quali si potrebbe anche studiare, ma il risultato è che finiranno per essere dimenticati molto presto, a differenza dei testi oggetto di studio, che si ricordano nel tempo”. 

L’orecchiabilità di una canzone può rendere piacevole un determinato brano musicale, ma il testo spesso passa in secondo piano. Se invece si badasse più al significato delle parole, ci si accorgerebbe che queste a volte rivelano scomode verità. Attraverso lo strumento insolito della canzone leggera italiana, si possono analizzare problematiche di costume, semiologiche e di linguaggio. Un’analisi parziale, ma comunque sorprendente.

Un secolo di donne nelle canzoni: “La musica specchio dell'evoluzione, ma restano residui di patriarcato" - Be Sicily Mag - matteo licari
Il professore Matteo Licari

I brani analizzati

Balocchi e Profumi” di Giovanni Ermete Gaeta è datato addirittura 1929. “Questa delicata melodia, quasi una ninna nanna, e questo testo strappa lacrime – commenta il professore – sono, senza dubbio, corresponsabili del mantenimento, per quasi un secolo, della condizione di soggezione della donna nei confronti dell’uomo in Italia. Uomini e donne italiche per quasi un secolo hanno scambiato una vittima per una che tradiva il sacro ruolo della madre amorosa. Un’infamia per ogni donna che avesse appena accennato al desiderio di autorealizzazione”.

Nell’ancora più famosa “Malafemmena” di Antonio De Curtis (Totò) si giustifica il femminicidio; in “Riderà“, cantata da Little Tony nel 1966 la donna viene identificata come oggetto, una sorta di pacco postale in cui si dice “se tu non la tratti bene, io verrò e me la riprenderò”. Questa reificazione della donna continua fino agli anni ’60-’70, mentre alla fine del secolo scorso scompaiono questi atteggiamenti di sottomissione: la donna comincia ad avere protagonismo all’interno delle canzoni, che continuano ad essere specchio fedele della società.

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L’evoluzione della condizione della donna

“L’evoluzione della condizione femminile è oggi ad un punto mai raggiunto prima, di rispetto e di considerazione esistenziale. Sarebbe un grave errore non considerare l’enorme progresso che gli ultimi cento anni hanno registrato a favore della donna, seppure persistano ancora aspetti e situazioni che testimoniano la presenza di ampi residui di patriarcato: alcuni innocui, altri dalle conseguenze mortali”. In ogni caso, il professore Matteo Licari esclude ogni possibilità di censura: “La censura non solo non è giusta ma non è nemmeno ipotizzabile”.

Lui, che è anche un avvocato e si è occupato di “Evoluzione del contenuto dei rapporti giuridici familiari e dinamiche nel microgruppo”, ammette che negli ultimi anni la condizione della donna sembra essere speculare rispetto a quella dell’uomo, sia in famiglia che nel lavoro, ma solo da un punto di vista giuridico, perché la parità stenta ad applicarsi realmente nella società, sia nel lavoro, dove ancora si registrano salari più bassi per le donne rispetto agli uomini, sia in famiglia, dove l’educazione risente ancora dell’impronta patriarcale degli anni ’50 e ’60, anche se in modo residuale. “In famiglia la donna è ancora in una condizione di soggezione, assolutamente meno drammatica rispetto a 50 anni fa, ma comunque ancora persiste ed è fonte di pregiudizio. Si pensa ancora che la donna non sappia guidare, o che sia meno abile dell’uomo. Tutte sciocchezze, che però circolano. Quindi la società è in ritardo rispetto alla legge. I femminicidi dimostrano che una parità effettiva e reale stenta a realizzarsi”.

Sui testi delle canzoni odierne conclude: “Ai giorni nostri non ci sono più testi che sottomettono la donna, ma semmai nei suoi confronti c’è una rivendicazione di indipendenza da parte dell’uomo; oppure quest’ultimo si prostra verso la donna, quindi si saltano i sentimenti reciproci. Questa è la situazione degli ultimi 10-15 anni”. Non mancherà tempo per analizzare anche questo periodo nel dettaglio.

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