«La città non è un oggetto, ma un processo vivente fatto di relazioni, conflitti e possibilità». Con questa citazione, tratta dal libro “La città del quarto spazio” il professore di Urbanistica nonché assessore alla Rigenerazione urbana di Palermo Maurizio Carta analizza la vera natura delle città. Una frase che è anche una sorta di denuncia di come nelle città moderne si tenda a separare il lavoro, il vivere e l’abitare. Dimensioni che invece la vita urbana unisce e mescola naturalmente.
Di questo e molto altro si parlerà il 17 aprile, alle ore 17, in Piazza Bologni, in occasione della presentazione del volume, edito da Mimesis Edizioni, inserita nel calendario de “La Via dei Librai“. In un’intervista esclusiva a BE Sicily Mag, il Professore Carta ci accompagna in anteprima dentro la sua visione di città, raccontandoci idee, sfide e futuro del “quarto spazio”.
Carta analizza i modelli urbani con “La città del quarto spazio”
Partendo da due metafore che affondano le loro radici nel Novecento, l’autore racconta di come le città fossero state originariamente pensate come macchine perfette o organismi ordinati, costruiti attraverso spazi rigidamente incasellati. Questa organizzazione, però, ha progressivamente reso sterile la vita urbana, privandola della sua naturale essenza caotica, ma profondamente umana. Con “La città del quarto spazio”, il Professore Carta intende mettere in luce una necessaria alternativa, capace di intrecciare la pluralità urbana in spazi creativi e flessibili. Il volume offre quindi idee, metodi e strumenti per progettare la città del quarto spazio in una visione sempre più concreta.
“Il quarto spazio – racconta – mette insieme quello che la città del Novecento aveva separato, cioè la casa, l’ufficio, i luoghi della convivialità. Oggi dobbiamo tornare a quel modello di città in cui tutte queste funzioni si miscelano, si arricchiscono, sviluppando la biodiversità urbana”.
Dal libro emerge come a Palermo esistano già alcuni indizi tangibili di questo quarto spazio. Le Officine Bellotti, ad esempio, sono un luogo dove arte, cultura e foresterie convivono. Uno spazio in cui trascorrere l’intera giornata assecondando esigenze diverse. Un altro esempio è il Museo delle Città del Mondo, che parte dal concetto tradizionale di museo, trasformandolo però anche in un luogo dove si può studiare, conversare e incontrarsi.
Ripensare il concetto dell’abitare
Il Professore Carta spiega che la città del quarto spazio è più desiderabile perché è più condivisa, più ibrida e più capace di accogliere la vita. Questo ragionamento tocca inevitabilmente anche il concetto dell’abitare. “Oggi la parola appartamento non ha più nessun senso, perché le nuove generazioni chiedono case più piccole, con servizi in comune. Forse anche l’ufficio ha modificato la sua tradizionale struttura, perché oggi si può lavorare in un parco, si può lavorare su una terrazza”.
I concetti di accessibilità e flessibilità sono alla base delle richieste, soprattutto dei giovani. “Spesso si vive nella convinzione che ci siano edifici, case, musei e piazze. Oggi abbiamo bisogno che tutte queste cose convivano, in alcuni casi, in uno spazio oppure in un quartiere. Non tutto, infatti, può essere risolto all’interno di un edificio. Questo significa ritrovare quella dimensione del quartiere che, anche se è più lontano dai servizi principali, può tornare ad accogliere attività produttive e culturali, arricchendosi”.
La sfida di Palermo
In questi termini, Palermo può diventare un laboratorio attivo dal quale emergono queste necessità. Non a caso, il capoluogo siciliano è la prima città italiana scelta come residenza da molti nomadi digitali. I giovani arrivano qui attratti da diversi fattori, tra cui l’accessibilità del mercato immobiliare. Questo impone che la città diventi modulare, un luogo in cui ognuno possa costruire lo spazio urbano di cui ha bisogno, senza essere costretto ad adattarsi a schemi rigidi. “Il quarto spazio non è uno spazio in più, ma un nuovo modo di pensare e abitare la città”.
L’obiettivo sembra ambizioso, ma anche complesso. “Un nodo – sottolinea il Professore Carta – rimane sicuramente quello di poter rendere possibile l’intervento nelle unità storiche, con modifiche che comunque salvaguardino i siti. Il paradigma tradizionale va messo in discussione e ripensato”, conclude.






















