I cavalli con i paraocchi vedono solo la strada davanti a sé. Corrono dritti, senza distrazioni, senza deviazioni. Tutto ciò che resta ai lati – gli altri, perfino loro stessi – scompare, sacrificato in nome dell’obiettivo finale. È questa l’immagine che Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico hanno scelto per chiudere la loro opera prima, Strike – Figli di un’era sbagliata, presentato a Palazzo Bonocore, a Palermo, in occasione della terza edizione dell’On Air Festival.
Quei cavalli che, tolti i blinder, all’improvviso si rendono conto del mondo che si erano persi nel tragitto siamo noi. Tutti noi. Non solo i giovani della Generazione Z, né soltanto i Millennial che si sentono ancora ragazzini perché si sono ritrovati in una società che li ha completamente tagliati fuori da tutto. Siamo noi che abbiamo finora vissuto guardando avanti per inerzia, schiacciati dalla costante pressione sociale legata alla performance ad ogni costo. E che abbiamo perso la capacità – o il coraggio, o perfino la voglia – di guardare di lato, a chi ci sta attorno. Di riconoscere negli altri la nostra stessa solitudine.
Strike – Figli di un’era sbagliata: la trama
Il Ser.D. (Servizi per le dipendenze patologiche) di Roma, dove si incrociano Dante, Pietro e Tiziano, è il luogo in cui quei paraocchi iniziano a cadere, per caso. Tre ragazzi che non si sarebbero mai scelti si ritrovano costretti a condividere lo stesso spazio, la stessa attesa, una fragilità che li rende simili seppur diversi, per estrazione sociale e per tipo di dipendenza. In quella convivenza forzata scoprono che la vulnerabilità non è un difetto, bensì un punto di contatto. E può aiutare a sentirsi meno soli.

Dallo spettacolo teatrale al film: il punto di vista degli autori
Strike nasce da lontano: prima ancora che un film, era uno spettacolo teatrale scritto e interpretato dagli stessi tre protagonisti, amici fin dalle elementari. Quel testo, nato in un piccolo teatro romano nel 2018, è diventato un “caso” prima di fermarsi per la pandemia. Cinque anni dopo è tornato come film, con un cast che, per un’opera prima, ha quasi del miracoloso. Da Matilde Gioli, a Massimo Ceccherini, Pilar Fogliati, Caterina Guzzanti, Lorenzo Zurzolo e Massimiliano Bruno. Ognuno con un personaggio ben definito dalle proprie paure e insicurezze.
“Il mondo oggi crea solitudini. E un grande dolore. Lo psicologo aiuta, ma poi esci e la vita te la devi sbrigare tu. Avere qualcuno accanto fa tutta la differenza del mondo”, hanno sottolineato alla presentazione Diego Tricarico e Gabriele Berti. E il film racconta proprio l’importanza di condividere i propri inciampi per riuscire a rialzarsi ancora e ancora.
Strike non pretende di spiegare le dipendenze, ma le restituisce alla loro dimensione più umana. Non solo le droghe e gioco d’azzardo, ma tutto ciò che usiamo per non sentire, dalle relazioni sbagliate alle aspettative impossibili, alla mancanza di comunicazione in famiglia, all’obbligo di dover sempre funzionare e di essere sempre all’altezza.
Il film non giudica. Nel racconto c’è molto più della Generazione Z. Ci sono i ventenni che hanno paura della vita. I trentenni ancora bambini. I quarantenni che hanno imparato a performare, ma non a respirare. E anche i cinquantenni che non hanno mai chiesto aiuto per non sembrare deboli. E la regia a sei mani tiene insieme con equilibrio commedia e dolore, tra leggerezza e bocconi amari. E il Ser.D. diventa un microcosmo dove le differenze sociali si annullano e resta solo ciò che siamo quando smettiamo di fingere.

Sul palco dell’On Air Festival anche Matteo Santorum
In chiusura, sul palco di Palazzo Bonocore, è arrivato anche Matteo Santorum. Ha parlato dell’arte come di un seme: “Non accade subito, ma cresce”. E il tempo che ci vuole è un’immagine che si incastra perfettamente con Strike. Perché essere “figli di un’era sbagliata” significa non avere colpe. Ma significa anche riconoscere che possiamo ancora scegliere dove guardare. E togliersi i paraocchi, anche solo per un attimo, è già un inizio.




















