L’Italia potrebbe presto avere un patrono dei magistrati. Si tratta del Beato Rosario Livatino, il giudice assassinato dalla mafia nel 1990 e divenuto negli anni simbolo di integrità morale, coraggio civile e testimonianza cristiana. L’assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ha infatti espresso all’unanimità il proprio parere favorevole alla richiesta di elevarlo a “patrono dei magistrati italiani”.
La decisione è maturata nel corso dei lavori dell’assemblea dei vescovi italiani, che lo hanno riconosciuto riconosciuto “martire della giustizia e della fede” e beatificato da papa Francesco nel 2021. I vescovi sottolineano “l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio”. Richiamo anche le parole di papa Leone che di lui ha detto: “Col suo impegno incrollabile per la giustizia, ha testimoniato che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. o. Un riconoscimento che arriva in un momento storico in cui il tema della giustizia, della legalità e della responsabilità delle istituzioni continua a occupare un posto centrale nel dibattito pubblico.
Un simbolo per la giustizia italiana
La figura di Livatino è un punto di riferimento non soltanto per il mondo ecclesiale, ma anche per quello civile e giudiziario. La sua vita e il suo sacrificio incarnano infatti un modello di magistrato capace di esercitare la propria funzione con rigore, indipendenza e senso del dovere, senza mai separare l’impegno professionale dai valori etici e spirituali che guidavano la sua esistenza.
Ora la parola al Vaticano
Dopo il via libera dei vescovi italiani, la richiesta sarà trasmessa al Dicastero vaticano competente, che dovrà esaminarla e pronunciarsi in via definitiva. Qualora arrivasse l’approvazione della Santa Sede, Rosario Livatino diventerebbe ufficialmente il patrono dei magistrati italiani, un titolo che suggellerebbe ulteriormente il legame tra la sua testimonianza di fede e il suo impegno per la giustizia.
Chi era Rosario Livatino
Rosario Livatino nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952 e intraprese la carriera in magistratura dopo la laurea in Giurisprudenza. Giudice presso il tribunale di Agrigento, si occupò in particolare della lotta alla criminalità organizzata e ai patrimoni mafiosi, distinguendosi per competenza, riservatezza e assoluta indipendenza.
Profondamente credente, Livatino annotava spesso nei suoi appunti la sigla “S.T.D.”, interpretata come Sub Tutela Dei (“sotto la protezione di Dio”), a testimonianza del legame tra fede e attività professionale. Il 21 settembre 1990 venne assassinato lungo la strada statale Agrigento-Caltanissetta da un commando della Stidda mentre si recava in tribunale. Aveva soltanto 37 anni.




















