Davide La Cara
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Giornalista formatosi tra Palermo, Roma e Milano, ha collaborato con diverse testate nazionali e siciliane, trattando temi che spaziano dalla politica al cinema, dall'attualità alla musica. Autore e conduttore radiofonico, ha sviluppato progetti editoriali e radiofonici, raccontando il mondo con uno sguardo critico e innovativo.

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Rocco Chinnici, 43 anni dopo Palermo ricorda il magistrato che cambiò la lotta alla mafia

Il 29 luglio 1983 l'autobomba di Cosa nostra uccise il giudice, i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Le istituzioni: "Il suo esempio vive nella cultura della legalità"

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Sono trascorsi 43 anni dal 29 luglio 1983, il giorno in cui Cosa nostra assassinò il giudice Rocco Chinnici con un’autobomba fatta esplodere davanti alla sua abitazione di via Pipitone Federico, a Palermo. In quell’attentato persero la vita anche i due carabinieri della scorta, il maresciallo Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, oltre al portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

La strage rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia della lotta alla mafia in Sicilia. Con l’uccisione di Chinnici, Cosa nostra tentò di fermare un magistrato che aveva già intuito la necessità di cambiare radicalmente il metodo di contrasto alla criminalità organizzata, ponendo le basi di quello che sarebbe diventato il Pool antimafia.

L’intuizione del Pool antimafia

Magistrato innovatore e visionario, Rocco Chinnici comprese prima di molti altri che la mafia non poteva essere affrontata con l’azione isolata dei singoli giudici. Per questo promosse un modello di lavoro fondato sulla condivisione delle indagini, sulla collaborazione tra magistrati e sullo scambio costante di informazioni.

Fu un’intuizione destinata a cambiare la storia della giustizia italiana. Dopo la sua morte, quel metodo venne sviluppato dai magistrati che raccolsero la sua eredità, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, diventando uno degli strumenti decisivi nella lotta a Cosa nostra.

Parallelamente, Chinnici fu anche tra i primi magistrati a parlare direttamente ai giovani e agli studenti, convinto che la battaglia contro la mafia dovesse passare anche dalla diffusione della cultura della legalità.

Il ricordo delle istituzioni

Nel giorno dell’anniversario sono arrivati i messaggi delle più alte cariche dello Stato. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato come “il 29 luglio 1983 la violenza mafiosa spezzava la vita del giudice Rocco Chinnici, dei carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e di Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile di via Pipitone a Palermo. La straordinaria intuizione di Chinnici, che volle il primo Pool antimafia e comprese l’importanza di parlare ai giovani per diffondere una cultura del coraggio, ha segnato una svolta indelebile nella lotta alla criminalità organizzata”, ha scritto La Russa, esprimendo inoltre “deferente e commosso omaggio a servitori dello Stato che non esitarono a sacrificarsi in nome della giustizia e della legalità” e rivolgendo il proprio cordoglio ai familiari delle vittime.

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Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato il valore dell’eredità lasciata dal magistrato. “Rocco Chinnici è stato un magistrato lungimirante e coraggioso, tra i primi a comprendere la complessità del fenomeno mafioso, le sue ramificazioni e il sistema di complicità capace di alimentarne il potere”, ha dichiarato.

Il ministro ha inoltre evidenziato il suo costante impegno nelle scuole, definendolo “un appassionato testimone della riscossa civile”, e ha concluso affermando che “ricordare il giudice Chinnici significa custodire la memoria di un servitore dello Stato e rinnovare il nostro impegno per la legalità. Il suo esempio ci ricorda che giustizia, verità e memoria si difendono ogni giorno, con responsabilità, coraggio e unità”.

Leggi anche:  Festino, l'arcivescovo Lorefice associa la nuova peste alla mafia

“Nel giorno dell’anniversario della strage di via Pipitone Federico, il nostro pensiero va a Rocco Chinnici, alle altre vittime che quel giorno di 43 anni fa morirono con lui, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi, e ai loro familiari che ancora oggi vivono quella ferita con dignità e coraggio – scrive infine il presidente della Regione Renato Schifani -. Chinnici fu un magistrato che seppe guardare oltre il proprio tempo: capì che la mafie si combattono solo mettendo insieme le forze, condividendo indagini e informazioni, e da questa intuizione nacque il metodo che avrebbe poi guidato il lavoro del pool antimafia e del maxiprocesso. A lui l’intero Paese deve una parte importante della propria coscienza civile. È nostro dovere custodirne l’eredità con l’impegno concreto delle istituzioni contro ogni forma di illegalità

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