La Sicilia è la seconda regione italiana più desiderata per i viaggi enogastronomici. Eppure, lontano dalle località più frequentate, numerosi paesi rischiano di perdere abitanti, imprese e servizi. È il paradosso di un’Isola che esercita una fortissima attrazione attraverso il cibo, ma non sempre riesce a trasformarla in opportunità durature per i territori più fragili. Come abbiamo raccontato parlando della Sicilia, seconda regione più desiderata d’Italia per i viaggi del gusto, la domanda esiste. La vera sfida è portarla anche nei borghi e nelle aree interne.
Nel Mezzogiorno il rischio di spopolamento raggiunge il 93%
Secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025, entro il 2043 oltre l’82% dei comuni delle aree interne e rurali perderà popolazione. Nel Mezzogiorno il dato potrebbe raggiungere il 93%, contro una media del 67% nel resto d’Italia.
Dietro queste percentuali non ci sono soltanto case vuote. Quando un paese perde abitanti, rischia di perdere anche negozi, aziende agricole, botteghe artigiane, ristoranti e servizi essenziali. In dieci anni, in Italia, sono scomparse quasi 487 mila aziende agricole, con una riduzione più marcata proprio nel Sud e nelle aree interne. Tra il 2014 e il 2024, inoltre, il numero degli artigiani è passato da 1,77 a 1,37 milioni.
A scomparire, insieme alle imprese, possono essere colture tradizionali, ricette, tecniche di lavorazione e conoscenze tramandate per generazioni.
Il turismo del gusto può creare un’economia diffusa
Il turismo enogastronomico non può risolvere da solo lo spopolamento, ma può contribuire a rimettere in circolo valore. Chi raggiunge un piccolo centro per partecipare a una degustazione può dormire in una struttura locale, mangiare in un ristorante, acquistare prodotti, affidarsi a una guida e visitare una bottega artigiana.
La spesa del visitatore non rimane così concentrata in un’unica attività, ma coinvolge una rete di produttori e servizi. Non è un aspetto secondario, considerando che circa il 90% dei comuni italiani classificati come periferici o ultraperiferici è anche rurale. Il rapporto parla, non a caso, di turismo enogastronomico come strumento capace di contribuire al “diritto a restare”.
Dai Monti Sicani al Belìce, i borghi provano a fare rete
Un esempio arriva dalle Terre Sicane, dove Sicani Villages punta a mettere in relazione microimprese, associazioni, produttori e operatori culturali. L’obiettivo è costruire un’offerta nella quale paesaggio, agricoltura, artigianato e relazioni con gli abitanti diventino parti della stessa esperienza.
Nella medesima area opera il Museo Diffuso dei Sicani, che coinvolge dodici comuni tra le province di Agrigento e Palermo. Il museo non è racchiuso in un edificio: il patrimonio da scoprire è distribuito tra paesi, aziende, laboratori, tradizioni agricole e menù identitari.
Un’altra iniziativa recente è Borghi dei Tesori Food & Crafts, che nel maggio 2026 ha collegato venti aziende di quattordici piccoli comuni siciliani. Tra le attività proposte c’è stato il Rural Food Tour di Partanna: preparazione della ricotta e della Vastedda del Belìce Dop con un pastore, degustazione tra gli uliveti e pranzo con prodotti e vini locali. Il cibo, in questo caso, non è stato soltanto qualcosa da assaggiare, ma una porta d’ingresso nel lavoro e nella vita della comunità.
Castelbuono, quando un prodotto locale porta il borgo nel mondo
Nelle Madonie, Castelbuono dimostra come una materia prima legata a un territorio possa diventare identità turistica e opportunità economica. La manna, ottenuta dai frassini coltivati tra Castelbuono e Pollina, racconta un paesaggio agricolo e un sapere che rischierebbero altrimenti di essere dimenticati.
A trasformarla anche in un racconto internazionale ha contribuito Fiasconaro, azienda nata a Castelbuono nel 1953. Manna, agrumi, mandorle, pistacchi e miele delle Madonie entrano nei suoi prodotti, oggi distribuiti in oltre 75 Paesi. Ogni confezione porta così con sé il nome e l’immaginario del borgo nel quale l’impresa continua ad avere le proprie radici.
Castiglione di Sicilia, quando le case del borgo diventano un albergo
Sul versante dell’Etna, Borgo Santa Caterina rappresenta uno dei progetti pionieristici di albergo diffuso in Sicilia. Nato oltre vent’anni fa da un bed and breakfast, si è progressivamente esteso nel quartiere ebraico di Castiglione di Sicilia attraverso camere e appartamenti distribuiti nel centro storico.
L’offerta comprende oggi turismo delle radici, percorsi genealogici, visite culturali, degustazioni e ristorazione. Non esiste una struttura separata dal paese: sono le vie, le abitazioni e le attività del borgo a diventare parte dell’esperienza. Un modello che recupera edifici esistenti e incoraggia il viaggiatore a entrare in contatto con la comunità.
Il traguardo non è riempire i borghi di turisti
Anche il progetto europeo Heritas ha lavorato nel 2026 in questa direzione, formando giovani e donne interessati a trasformare ricette familiari, mestieri tradizionali e saperi artigianali in nuove esperienze turistiche. È un percorso ancora recente, del quale non è possibile misurare gli effetti, ma indica una prospettiva: creare opportunità economiche senza separare il turismo dalla vita della comunità.
Il cibo, tuttavia, non può sostituire trasporti, scuole, sanità, connessioni digitali e servizi. Il vero risultato non si misura soltanto contando i visitatori arrivati durante un festival o una degustazione. Si misura verificando quante attività riescono a lavorare durante l’anno, quanti edifici vengono recuperati e quante persone possono scegliere di non partire.
Perché un borgo non si salva trasformandolo in una scenografia da fotografare. Si salva quando rimane un luogo nel quale è ancora possibile vivere, lavorare e immaginare il futuro.




















