Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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Don Pino Puglisi, 33 anni dopo: il sorriso che sfidò Cosa nostra a Brancaccio

Trentatré anni dopo, padre Puglisi resta una delle figure più limpide dell’antimafia sociale. Non investigava e non indossava una divisa. Era un prete che aveva compreso quanto il dominio mafioso crescesse dove mancavano servizi, opportunità e fiducia nello Stato

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Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi compiva 56 anni. Tornò a casa, in piazzale Anita Garibaldi, nel quartiere palermitano di Brancaccio. Ad aspettarlo c’erano i sicari di Cosa nostra. Prima del colpo mortale, secondo il racconto consegnato alla storia, guardò il suo assassino e disse: «Me lo aspettavo». È una frase breve, spesso ripetuta. Per capirla, però, bisogna tornare alla vita che la precede: una vita fatta meno di proclami che di ascolto, scuola, relazioni e porte aperte.

Trentatré anni dopo, padre Puglisi resta una delle figure più limpide dell’antimafia sociale. Non investigava e non indossava una divisa. Era un prete che aveva compreso quanto il dominio mafioso crescesse dove mancavano servizi, opportunità e fiducia nello Stato. Per questo lavorò sui bambini e sulle famiglie: proprio lì dove i clan cercavano consenso e manodopera.

Tornare nel quartiere in cui era nato

Giuseppe Puglisi era nato a Brancaccio il 15 settembre 1937. Ordinato sacerdote nel 1960, attraversò diverse esperienze pastorali prima di diventare, nel 1990, parroco di San Gaetano. Tornava così nel quartiere delle proprie origini, una periferia segnata dall’assenza di spazi pubblici e dalla presenza soffocante delle famiglie mafiose.

Il suo metodo cominciava dall’ascolto. Non arrivò con un programma astratto, ma cercò persone, bisogni e risorse. Visitò le famiglie, coinvolse volontari, parlò ai ragazzi. Nel 1991 nacque il Centro di accoglienza Padre Nostro, che divenne un presidio educativo e sociale. L’obiettivo non era soltanto assistere chi viveva in difficoltà: era restituire diritti e libertà di scelta.

Puglisi chiedeva con insistenza una scuola media per il quartiere e servizi capaci di sottrarre i più giovani alla strada. Denunciava pubblicamente ciò che mancava, ma senza trasformare il pulpito in un comizio. La sua rivoluzione era quotidiana: insegnare che un favore non è un diritto, che il boss non è un benefattore, che la dignità non si riceve in prestito.

Perché la mafia temeva un educatore

Cosa nostra comprese il pericolo. Un ragazzo che scopre alternative non è più facilmente reclutabile; una famiglia che conosce i propri diritti è meno ricattabile; un quartiere che si organizza può smettere di chiedere protezione al potente di turno. Don Pino non minacciava il clan con le armi, ma ne indeboliva il capitale più prezioso: il controllo culturale del territorio.

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Il suo omicidio fu ordinato dai fratelli Graviano, capi mafiosi di Brancaccio. L’intenzione era fermare quel lavoro e ristabilire la paura. Accadde il contrario. La morte del parroco rese visibile a tutta Italia ciò che stava accadendo nel quartiere e trasformò il suo insegnamento in un patrimonio condiviso.

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Il 25 maggio 2013, al Foro Italico di Palermo, Puglisi venne proclamato beato come martire ucciso in odio alla fede. Fu il riconoscimento ecclesiale di una santità vissuta dentro le contraddizioni della città, senza retorica e senza eroismi cercati.

Il sorriso che non assolve la città

Oggi il Centro Padre Nostro continua a operare a Brancaccio. La memoria di 3P — come lo chiamavano i ragazzi — vive nelle scuole, nei libri e nei luoghi che portano il suo nome. Ma il rischio di ogni commemorazione è rendere innocuo chi, da vivo, fu scomodo.

Ricordare Puglisi significa verificare se nelle periferie esistano davvero scuole, trasporti, servizi, sport e occasioni di lavoro. Significa non lasciare soli insegnanti, parroci, educatori e associazioni che costruiscono cittadinanza. Il suo sorriso non era ingenuo: conosceva il rischio e scelse comunque di restare. Trentatré anni dopo ci chiede la stessa cosa, con una semplicità difficile da aggirare: fare ciascuno qualcosa, perché se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto.

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