«Forse tutte le periferie si assomigliano». Parte da questa riflessione il progetto Auber 89, il nuovo documentario diretto dal regista palermitano Giuseppe Schillaci e presentato a Venezia ieri sera nell’ambito delle iniziative collaterali al Festival di Venezia 83.
Un intimo racconto di una periferia parigina attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta veramente, nei suoi anni d’oro. Il protagonista è l’attore Fatsah Boyuahmed, ex residente del quartiere Aubervilliers reduce da un grave incidente che gli ha fatto perdere la memoria. Schillaci sceglie di coinvolgerlo per scoprire, insieme, in quali modi curiosi e profondi Auber, come la chiamano i locali, si lega alle periferie palermitane e, perché no, a quelle del mondo intero.
Ai microfoni di BE Sicily Mag, il regista palermitano ha raccontato la nascita del documentario, dalla scoperta dei fotogrammi che raccontavano la realtà di Aubervilliers alla volontà di avere Boyuahmed dentro il progetto a tutti i costi.
Schillaci: “Volevo andare oltre i cliché legati alle periferie”
“Quando ho scoperto il passato di Aubervilliers (il complesso residenziale alla periferia di Parigi dove è cresciuto il protagonista, ndr), quando ho visto le immagini d’archivio di quel luogo, ho subito pensato al quartiere in cui sono cresciuto, in Corso dei Mille, a Palermo. Un quartiere stigmatizzato, principalmente a causa della mafia e della microcriminalità, così come lo sono certe banlieue francesi, di cui si ha spesso una considerazione negativa”, spiega Schillaci.
“Io volevo scavare, andare oltre i cliché e concentrarmi invece su come questi luoghi permettano ai loro abitanti di tessere delle relazioni, un legame affettivo che si estende ai palazzi stessi. Esiste un rapporto viscerale con l’architettura urbana. Riguardando quelle riprese, trovate a distanza di anni negli archivi, è scattata quell’alchimia particolare che soltanto le immagini riescono a creare. Sarà l’empatia, o forse l’emozione, ma in un attimo tornano alla mente i ricordi di tutta una vita: gli affetti, le relazioni, l’amicizia, la famiglia, gli amori e poi i conflitti”.
Il legame con Fatsah Bouyahmed: “È stata una scommessa”
A giocare un ruolo decisivo nella realizzazione di Auber 89, per come lo aveva immaginato Schillaci, è il ruolo da protagonista di Fatsah Bouyahmed, residente che appariva nelle riprese d’archivio: “Il nostro rapporto è stata una scommessa perché non lo conoscevo. Guardando le immagini, una persona lo ha riconosciuto e mi ha detto di chi si trattava, aiutandomi a contattarlo. Non sapevo fosse un attore franco-algerino”. Il percorso non è stato lineare: “Quando l’ho chiamato la prima volta ha rifiutato, non voleva partecipare al mio progetto. Soprattutto a causa dell’incidente che gli aveva fatto perdere la memoria, era molto fragile. Non ha voluto neanche vedere quello che avevo trovato negli archivi della sua infanzia. La storia non è partita bene”.
Nonostante ciò, il regista non ha mollato. “Nei mesi successivi ho iniziato il montaggio con le immagini del quartiere. Ho immaginato che il protagonista fosse un personaggio fittizio che assomigliasse a lui, ma non mi sentivo legittimato a raccontare la sua storia in modo romanzato”. Poi, la svolta: “Quando l’ho cercato nuovamente, finalmente si è lasciato convincere. Il nostro primo incontro a Parigi è durato cinque ore. Anche io mi sono messo a nudo, evocando le mie memorie di Palermo e svelandogli le analogie. Da lì è scattata un’alchimia molto bella”. La perseveranza, dunque, ha aiutato. “Fatsah ha ritrovato così la memoria, i luoghi, le relazioni, i migliori amici dell’infanzia, persone ancora molto importanti nella sua vita. Ha cominciato a piangere, a ridere, a scherzare. Ci sono momenti tristi, ma anche felici, legati a quell’infanzia spensierata degli anni Ottanta”.
Vivere gli anni Ottanta in una periferia
Al fianco di Bouyahmed, anche il mosaico di Schillaci ha preso forma: “Fatsah mi ha aiutato a decriptare quei territori, le tensioni sociali che c’erano e il tentativo di riqualificazione urbana. Un percorso che ricorda quello dello Zen di Palermo. In Francia però lo hanno fatto in maniera partecipativa”.
“I problemi – spiega Schillaci – riguardavano principalmente il razzismo, la disoccupazione e soprattutto lo scontro generazionale tra i vecchi francesi e la seconda generazione di immigrati. Seconda generazione che, è importante sottolineare, era composta anche da tanti italiani. Italiani, portoghesi, spagnoli, polacchi. Non era soltanto una questione di razza, ma una xenofobia legata a tutti coloro la cui famiglia originaria non era francese. Poi naturalmente i bianchi si sono integrati prima, anche per questioni di religione e di abitudini culturali”.
“Questa immersione negli anni Ottanta fa quindi emergere sia l’entusiasmo e la voglia di stare ancora insieme, di tenere insieme tutte le comunità e di rinnovare insieme il quartiere, sia la tensione opposta: quella del conflitto, del razzismo, della differenza e del posizionamento polarizzato tra noi e loro”.
Il legame del regista con la sua Palermo
Nonostante il trasferimento a Parigi di quindici anni fa, il legame del regista con la sua Palermo resta vivo: “Ci torno sempre, è un legame viscerale. Ho scritto due romanzi e ne sto scrivendo un altro e tutti hanno a che fare con le mie origini. Ci ho vissuto fino a vent’anni, ci sono tornato tante volte e ci ho girato tre film. Mi piace pensare alle identità come delle matrioske, degli strati che si sovrappongono, ma che non si possono dimenticare”.
“La purezza – conclude – è solo un mito che crea mostri, invece dobbiamo abituarci all’idea che saremo sempre più meticci, sempre più sovrapposti nell’identità. Palermo resta, ma questo non significa che l’identità francese non abbia anche la sua influenza nella mia formazione e in quello che sono oggi”.


















