È stata recentemente lanciata una petizione su Change.org per chiedere al Governo italiano di emanare una legge che vieti l’uso dello smartphone prima dei 14 anni di età e il possesso di un profilo social prima dei 16 anni di età. Non una provocazione fine a se stessa, ma uno spunto di riflessione. Molti Stati si sono già attivati per emanare delle linee guida che appaiono necessarie, perché gli indicatori relativi alla salute mentale degli adolescenti raccontano una realtà allarmante in tutto il mondo.
Il Ministero dell’Istruzione con una circolare da quest’anno ha imposto di bandire il cellulare non solo nella scuola primaria ma anche nella scuola secondaria di primo grado. Come per lo sharenting (cioè l’esposizione dei figli sui social), l’Italia ha intrapreso dunque la strada già imboccata da molti paesi, dove da molto più tempo si è ben radicata l’idea che nell’infanzia e per buona parte dell’adolescenza la tecnologia sia usata in modo così acritico e compulsivo da influire in modo negativo sullo sviluppo emotivo, mentale, sociale e fisico.
I danni causati dal cellulare sui bambini
Ci sono evidenze cliniche della correlazione tra problemi di salute negli adolescenti e uso (o meglio dire abuso) della tecnologia, in particolare degli smartphone e delle piattaforme social. I sintomi sono:
- attacchi d’ansia
- irritabilità
- depressione
- sbalzi d’umore
- alterazione del sonno (difficoltà ad addormentarsi e risvegli notturni)
- difficoltà di concentrazione e di mantenimento dell’attenzione
- addiction, cioè sviluppo di una vera e propria dipendenza che causa crisi di astinenza e desiderio compulsivo di non staccarsi mai dallo smartphone.
Non si tratta dunque solo di una questione strettamente educativa, ma di salute pubblica: gli adolescenti sono esposti a rischi concreti che riguardano il loro equilibrio psicoemotivo. Non tutti i genitori riescono però a mettere in relazione le varie manifestazioni con l’uso del telefonino. E anche chi ne è consapevole, non sa cosa fare.

L’importanza dei patti digitali
Rimandare l’acquisto dello smartphone per i genitori degli adolescenti, quando il gruppo dei pari lo possiede, è una presa di posizione estremamente ardua e quasi impossibile. Il timore è che ciò sia causa di esclusione. La soluzione è rappresentata da un patto che i genitori di una classe o di una comitiva sono chiamati a stringere tra loro. Se tutti si accordano, nessuno si sentirà emarginato, sfortunato, spaesato o disorientato.
Sulla piattaforma pattidigitali.it si trova un manifesto, creato da un gruppo di ricercatori, educatori e pedagogisti per promuovere la nascita di accordi di comunità tra genitori e figli appartenenti ad esempio agli stessi gruppi scolastici o di amici affinché si condivida un uso sano della tecnologia da parte dei minori. Nel sito ci sono vari esempi di patti già sottoscritti da gruppi di genitori e istituzioni e tutte le indicazioni per crearne di nuovi, anche avvalendosi dell’aiuto degli esperti delle Università e delle Associazioni che hanno dato vita all’iniziativa. I principi sono:
- Sì alla tecnologia, ma solo nei tempi giusti;
- Educare allo sviluppo del senso critico nei confronti dei contenuti digitali;
- Fissare regole chiare (per esempio relative al tempo di utilizzo della tecnologia e alla scelta dei contenuti) e farle rispettare;
- Favorire la consapevolezza dei genitori circa i rischi della tecnologia, responsabilizzarli, supportarli nella selezione delle regole;
- Far comprendere la necessità di un’alleanza tra figure adulte per dare ai ragazzi gli strumenti per un uso corretto e sano della tecnologia.

In cambio del cellulare i genitori dovrebbero offrire ai figli opportunità per vivere la vita vera. Certo è più faticoso, più impegnativo, ma ne vale la pena. Non è difficile infatti immaginare in quali trappole può cadere un ragazzino, soprattutto se non controllato. Non c’è infatti solo lo spettro di sviluppare dipendenza dalla tecnologia e la pericolosa convinzione che sia possibile ottenere tutto e subito, come di fatto avviene online. Dietro gli strumenti digitali si cela infatti un mondo in cui tutto è artefatto: dai rumori alle immagini, dai contatti via chat ai profili spesso menzogneri. Il parental control è uno strumento utile, ma non si dovrebbe usarlo come gabbia né come strumento di sorveglianza, piuttosto può essere utile se aiuta il ragazzo ad autoregolarsi.
Bambini e tecnologia tra pro e contro
Il modo in cui un adolescente si interfaccia con lo smartphone però dipende anche da come i genitori lo hanno educato alla tecnologia quando era bambino. I pediatri sono d’accordo all’unanimità: l’esposizione agli schermi dovrebbe essere vietata fino ai 2 anni. Lo dice l’American Academy of Pediatrics ed è d’accordo anche la Società Italiana di Pediatria, che precisa che tra i 2 e i 5 anni l’uso degli schermi va limitato a un’ora al giorno e dice no al cellulare “pacificatore”, durante i pasti e per calmare o distrarre.
Non sempre invece è così. Aggregando i dati provenienti da diverse fonti, si scopre che oggi il 35% dei bambini di età inferiore ai 2 anni usa tablet o smartphone per vedere video online. Nel 2013 erano solo il 10%. Gli schermi sono ormai ovunque e spesso i bambini non riescono a resistere a guardarlo estasiati e toccarli. Se si vietano gli schermi ai figli ma gli adulti li hanno sempre davanti agli occhi, non va di certo bene. Alcune regole dovrebbero essere condivise, perché i bambini giocano imparando a imitare il comportamento dei grandi.
I “nativi digitali”, un falso mito
“Con quel dito sullo schermo fanno tutto, sanno scegliere un video, bloccarlo, mandarlo avanti”, dicono entusiasti molti genitori, come a sottolineare che il figlio, o la figlia, sia un genio. Ma è così? In realtà no. È la tecnologia a essere geniale, ad aver trasformato la nostra appendice preferita per esperire la realtà (il dito) in un metodo di input. Quel bimbo di oggi è identico a un suo coetaneo di cento anni fa. Non ha una maggiore propensione verso gli schermi, non è tecnologicamente più portato né più versatile. Tanto meno ha subito cambiamenti a livello neurologico. Ciò che è cambiato davvero tra un bimbo di oggi e uno di cent’anni fa sono i genitori. È il mondo che ha intorno e che imita.
Nel 2001 lo scrittore Mark Prensky ha coniato la definizione di “nativi digitali”, assumendo che il cervello dei soggetti nati e cresciuti in un ambiente digitale “evolvesse” proprio in virtù del contatto con tablet, pc e cellulari. Il confronto tra gli esperti ha rimesso (da tempo) tutto in discussione, seppure in molti non rinuncino ancora a questa definizione. È bene comprendere però che utilizzare le tecnologie a partire da un’attitudine non significa possederne le competenze. Questo vale tanto più nell’infanzia.
Sicuramente c’è un rapporto di forte attrazione e di capacità di interagire attivamente basandosi sull’intuito e tramite il tocco della mano, ma ciò riguarda le persone di ogni età. La differenza che fa ritenere che i più giovani siano più portati al loro utilizzo è data dal tempo con il quale si cimentano. Non si tratta dunque di competenza, ma di confidenza. Perché questo sapere sia trasformato in competenza, occorre conoscere limiti e opportunità.
La competenza digitale rientra nelle 8 competenze chiave che il Parlamento Europeo ha individuato come “necessarie per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione”. Non esiste un’età precisa in cui è possibile definire una persona “tecnologicamente competente, è piuttosto un processo graduale. Porsi il problema quando il bambino riceve il suo primo smartphone è tardi. Oggi è necessario un approccio educativo al digitale già prima dei 6 anni.

Le regole per l’uso del cellulare coi bambini
In base alla fascia di età, si possono individuare alcune indicazioni generali per un uso attento dei dispositivi tecnologici da parte dei più piccoli:
- Prima dalla nascita disporre la presenza dei dispositivi digitali in modo che non siano presenti in tutte le stanze o, comunque, nei luoghi preposti per altre attività (in cucina si mangia, in camera si dorme).
- 0 – 18 mesi Evitare l’esposizione agli schermi e quelle abitudini che possono impoverire la relazione con il bambino, ad esempio allattare mentre si guarda lo smartphone.
- 18 – 24 mesi Contenere al massimo l’esposizione ai dispositivi; se si decide di far vedere lo schermo, è opportuno tenere sotto controllo i tempi (non più di 15 minuti consecutivi), valutare con attenzione i contenuti, non usarli per calmare il bambino o distrarlo mentre si fa altro, perché si creerebbero abitudini difficili da sovvertire.
- 3 – 5 anni Si può incoraggiare l’utilizzo di schermi (per non più di 30 minuti consecutivi) come possibilità di esplorazione e arricchimento accanto all’intuizione, si apprende per prova ed errore. Lo smartphone ci consente di provare e vedere cosa succede, scattando ad esempio qualche foto e riguardandola insieme. Il bambino ha così modo di riflettere sull’utilizzo.
- 6 – 9 anni È possibile fare un’analisi dei contenuti esplorati, invitando il bambino a raccontare ciò che ha visto. Lo schermo dev’essere un pretesto per fare altro, per collegare creatività e narrazione. Il primo smartphone spesso arriva in questa fascia di età, per cui è fondamentale far sì che il bambino sia consapevole di cosa significa andare sul web, di cosa sia un social network, a partire da quello dei genitori. È bene presentare una applicazione prima di lasciargliela utilizzare, cercando di capire se è pronto per l’utilizzo. In questa fascia di età è raro per esempio che si faccia educazione sessuale nella scuola, oppure si parla poco ai più piccoli della morte e del dolore: attraverso uno smartphone il bambino scopre senza mediazione questi mondi, mentre sarebbe meglio giungere insieme alle informazioni. Essere presenti senza essere invadenti, osservare senza sorvegliare. Ci sono pericoli da cui tenersi lontani ma anche opportunità da cogliere. La rete con i video culturali di approfondimento può essere un supporto ad esempio alle attività scolastiche.





















