Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf, la scrittrice inglese di “Una stanza tutta per sé” destinata a fare la storia della letteratura e diventare un’icona femminista. Mente brillante ma tormentata, visse alcuni dei suoi momenti più sereni in viaggio, scegliendo spesso l’Italia tra le sue mete. Nel 1927 sbarcò in Sicilia, un’Isola che le regalò una felicità tale da farle pensare (e scrivere, in una lettera alla sorella) di non voler più tornare in Inghilterra.
Lettere e diari di viaggio tra gli scritti di Virginia Woolf
Durante i suoi viaggi, Virginia Woolf era solita scrivere moltissime lettere e annotare le sue considerazioni sulle pagine di un taccuino, che avrebbe poi incollato nel suo diario, una volta tornata a casa. Nonostante ciò, la scrittrice ha affermato in diverse occasioni di non apprezzare il genere della letteratura di viaggio.
I suoi, in effetti, non sono comuni diari di viaggio. Non ci sono narrazioni dettagliate né semplici descrizioni, di cui disse apertamente di diffidare. Rifiutò infatti la “pericolosa” tentazione di osservare e annotare, per indagare oltre il visibile. “Mi piacerebbe”, si legge all’inizio del suo primo diario italiano del 1908, “scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”.
La Sicilia vista da Virgina Woolf: tra architettura, riti religiosi e quotidianità
Durante il suo viaggio in Sicilia, Virgina Woolf ammise nelle lettere alla sorella Vanessa di essere rimasta colpita soprattutto dalle scene di vita quotidiana e dalle tradizioni, ma anche dal cibo, dall’architettura e dai rituali religiosi tipici. Lei e il marito Leonard arrivarono infatti a Palermo nell’aprile del 1927, durante il periodo di Pasqua. La scrittrice si stupì del modo in cui le celebrazioni religiose coinvolgevano la comunità e la città, dai rami di palma adornati fino ai dolci caratteristici a forma di agnelli, arrivando a paragonare il tutto ad una forma d’arte. Se, da un lato, i riti religiosi le sembrano arte, allo stesso modo, l’architettura siciliana le pareva “divina” per dimensioni e ariosità, che facevano sembrare le persone piccole come formiche. La gente, le tradizioni, il brusio delle strade la incuriosivano e si sentì addirittura “invitata ad uscire in piazza”, anche quando aveva in programma una serata tranquilla, prima di muoversi ancora per visitare un posto nuovo.
Da Palermo si spostò prima a Monreale, per vedere i mosaici. Qui rimase particolarmente colpita da una scena di caccia, nonostante ammise che fosse per lei “troppo sfavillante”. Da grande amante del mondo greco, fu poi particolarmente colpita dal tempio di Segesta e da Siracusa, dove trascorse la giornata assistendo alle prove di alcune tragedie classiche di Euripide. Ancora una volta, però, furono i dettagli della vita quotidiana a farle dire di essersi innamorata del luogo: dal mendicante che suonava il mandolino, alla signora che faceva la cernita dei materassi e ai gattini che dormivano in un cestino, tutti particolari capaci di dare vita a un’atmosfera tale da non voler più andare via.
Anche nelle lettera alla sorella Vanessa, in realtà, molto viene lasciato intendere dalla scrittrice, senza un racconto preciso. Ad esempio, “Siracusa al chiaro di luna non si può capire, soprattutto senza una bottiglia di vino”, ammise Virginia Woolf. Anche spiegare le emozioni vissute risultò difficile all’autrice durante il viaggio, nonostante l’immaginazione andasse veloce e lei passasse molto tempo a raccontare storie al marito Leonard, mentre se ne stavano sul terrazzo a guardare la gente per strada. Chissà, però, che la Sicilia e quel periodo di felicità non l’abbiano ispirata per le opere successive al rientro a casa.




















