Il pistacchio di Bronte, una prelibatezza tra i prodotti della terra di Sicilia, un frutto che, nel corso dei secoli, ha mantenuto tutta la sua aroma inconfondibile e il suo gusto tradizionale. Tutto questo è stato reso possibile grazie alla conservazione delle tecniche di coltivazione, al rispetto dei luoghi unici adatti alla sua crescita e a un connubio esclusivo tra contesti naturali e climatici della terra di origine.
Il pistacchio di Bronte nella storia
Il pistacchio di Bronte che possiamo gustare oggi, nella sua versione più semplice, oppure tostato e salato, o, ancora, nelle centinaia di ricette che questa prelibatezza arricchisce e insaporisce, ha una storia profonda e ricca, che parte dalla dominazione araba in Sicilia.
Furono gli Arabi, infatti, a portare la produzione della frastucara – la pianta della frastuca, antico nome siciliano del pistacchio – a regime in Sicilia: il frutto è molto esigente, per crescere e insaporirsi al punto in cui lo possiamo gustare ancora oggi, necessita di condizioni climatiche ideali e di un terreno adatto allo sviluppo e alla crescita della pianta. Tutto ciò è arricchito dall’immancabile amore dei coltivatori autoctoni che si tramandano le tecniche e le conoscenze di generazione in generazione.
Prima degli Arabi in Sicilia, la cui dominazione partì da Marsala nel 827 d.C. per poi stabilizzarsi in tutta l’Isola, ci avevano provato, senza troppo successo, anche i Romani. A narrare le traviate vicende del pistacchio in Italia e in Sicilia fu lo storico Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Lo storico, protagonista suo malgrado della devastante eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. che lo uccise insieme agli altri abitanti di Pompei ed Ercolano, scrisse, infatti, dell’importazione e dell’introduzione della pianta della frastucara da parte del Pretore e Governatore romano in Siria, Lucio Vitellio. Quest’ultimo, tra il 20-30 d.C., aveva provato a introdurre le coltivazioni di questa pianta tipicamente mediterranea in molte aree della Spagna e dell’Italia, nonché in Sicilia, in siti denominati frastuchera locus.

Ma le particolari esigenze e necessità della pianta, che non attecchiva al punto da generare i tanto agognati frutti, portarono ben presto ad utilizzarla esclusivamente per la produzione di legna.
Per passare quindi da pianta selvatica a pianta domestica, si dovettero attendere circa nove secoli, con l’arrivo degli Arabi in Sicilia e con le loro indiscutibili conoscenze e competenze nel campo della coltivazione. In particolare, nel territorio di Bronte, dove nasce il saporito frutto, le condizioni climatiche ottimali e una conformazione del terreno ideale hanno offerto un’opportunità unica e rara.
Il gusto del pistacchio di Bronte, il ruolo fondamentale del clima, dell’Etna e dello sconnabeccu
Il gusto particolare e unico del pistacchio di Bronte nasce, si sviluppa e si stabilizza grazie alle condizioni favorevoli date dal clima e dal territorio, nonché dalla costituzione dei terreni: ai piedi dell’Etna, dove sorge Bronte, i terreni lavici fungono da concime naturale per la pianta e per i suoi frutti, al contempo, il clima caldo e soleggiato durante le ore diurne e quello umido delle ore serali agiscono da motore per la produzione massiva del pistacchio tipico.
Non solo le condizioni estremamente favorevoli per la crescita copiosa del pistacchio: a Bronte, il sapore unico e l’altissima qualità del frutto, che lo ergono al di sopra delle altre produzioni mondiali, sono figli anche della costante cenere lavica che si deposita sul terreno e che concima in maniera ciclica la terra, fornendo un nutrimento esclusivo e la caratteristica e inconfondibile aroma a questo pistacchio.
Le tante ricette e dolci, che oggi possono fregiarsi di un ingrediente di tale qualità come il pistacchio di Bronte, devono ringraziare inoltre un particolare arbusto che funge da portinnesto per la pianta del pistacchio. È il terebinto, lo sconnabeccu o spaccasassi, come viene definito dai coltivatori del luogo. Una specie arborea che, come suggerisce la stessa denominazione, consente al pistacchio di crescere in terreni che presentano poca profondità, in aree ricche di ciottoli, o, persino, tra le stesse fessure delle rocce.
Non è quindi un caso che questo delizioso frutto venga oggi esportato in tutto il mondo – circa il 60% del pistacchio di Bronte viaggia verso lidi extraitaliani – e venga definito dagli stessi abitanti della cittadina nel catanese, l’Oro verde. Qui, infatti, tutta l’economia gira intorno alla coltivazione, alla produzione e al commercio del pistacchio che oggi si fregia della Denominazione di Origine Protetta oltre ad essere Presidio Slow Food.
Il pistacchio di Bronte, dal gusto unico e dal colore verde intenso caratteristico, è oggi riconosciuto come ingrediente di altissima qualità a livello mondiale, un frutto della tradizione siciliana che ha potuto attecchire solo ed esclusivamente per le tipiche condizioni naturali e climatiche, senza tralasciare le tecniche di coltivazione specifiche, tramandate attraverso la storia dell’Isola.













