Una festa del vino, un omaggio alla memoria, una riflessione sul futuro dei vini dell’Etna, tutto da gestire, per non vederlo scoppiare come una bolla di sapone. Contrade dell’Etna, il Vinitaly sotto il Vulcano, va in archivio con numeri soddisfacenti per pubblico e cantine partecipanti. Nella nuova location del Sikania Garden Village di Randazzo, all’ombra del fumante cratere di Nord Est, tra stand organizzati in cinque grandi isole e zone food prese d’assalto, i due giorni di rassegna (uno in meno rispetto al passato) hanno portato migliaia di winelover e centinaia di buyers e operatori horeca a darsi appuntamento sull’Etna, domenica 13 e lunedì 14 aprile. Ottanta le cantine presenti (ma con alcune assenze-defezioni eccellenti) che hanno presentato la loro offerta en primeur, e non solo quella, nello spirito che fu di Andrea Franchetti, “padre” di Contrade, visionario della viticoltura e produttore innovativo, tra la Val D’Orcia e la Sicilia, mai dimenticato pur a distanza di anni dalla sua scomparsa.
Contrade dell’Etna, l’invenzione di Franchetti
Chissà cosa avrebbe pensato, Andrea Franchetti, davanti alle chilometriche file di auto incolonnate lungo la statale tagliata dalla lava, alle code al botteghino, alle famiglie armate di calice, alle braccia protese nell’attesa della mescita, spesso nell’indistinta differenza tra il bere e il degustare. Probabilmente, più che interrogarsi sulla evoluzione della “sua” rassegna – che dallo spirito pionieristico del 2008 di pochi addetti ai lavori è divenuta oggi evento dai grandi numeri – si sarebbe chiesto dove sta andando l’Etna, il vino dell’Etna.
Il “padre” dell’evento, che alla valorizzazione delle contrade, allo studio delle parcelle che costellano i fianchi del Vulcano, così vicine e così diverse, alla enorme biodiversità della Muntagna e alle infinite differenze climatiche dei suoi versanti aveva dedicato gran parte del suo lavoro, si sarebbe probabilmente inventato ancora qualcosa di estremo – come quando piantò lo Chardonnay a 1000 metri di altezza – per gestire e tutelare il “fenomeno Etna”, oggi potente catalizzatore dello shopping milionario di grandi imprenditori del vino alla ricerca degli ultimi ettari disponibili.
Salvo Foti, l’enologo dell’Etna
Interrogativi simili a quelli – esternati ad alta voce – si è posto l’enologo e produttore Salvo Foti, uno che sull’Etna, e sui vini dell’Etna, ha lasciato il segno, assieme ad Andrea Franchetti, Marco De Grazia l’inventore dei Barolo Boys e a Frank Cornelissen. Nomi e storie evocati durante l’intervista-chiacchierata di Fabrizio Carrera e Federico Latteri su “I vini dell’Etna, quale identità?”, tra amarcord ed esercizio di disamina sul futuro prossimo della viticultura etnea.
“In 20 anni – ricorda Salvo Foti – sull’Etna è cambiato tutto. Dal vino Riposto, che i piemontesi venivano ad acquistare sfuso, alle vigne dei viddani, dagli impianti dei vitigni internazionali alle cantine sociali, fino alla crescita esponenziale, e spesso incontrollata, di oggi. Siamo andati troppo veloci, ed è tempo di rallentare, di riflettere sul da farsi. Si è passati dall’enologo considerato alla stregua di Dio ad una improvvisazione che spiazza. La viticultura intensiva sta vincendo, non abbiamo cultura identitaria – denuncia – né una organizzazione unitaria. Sull’Etna non ci sono regole, ognuno fa quello che vuole, coltiva come crede, alberello o guynot, palo in castagno o in cemento, vigna che vai impianti che trovi”.
È necessario un organismo che vigili, sovrintenda, controlli. Un centro di ricerca, tecnico, scientifico. Non bisogna dimenticare che prima di fare vino bisogna fare cultura. “Certo che l’Etna è un fenomeno – risponde Salvo Foti – perché ormai l’Etna è di moda. Ma questo è rischioso, perché le mode possono finire all’improvviso. Ormai la gente compra e beve etichette, più che vino dell’Etna. Vi ricordate il Nero d’Avola? Erano tutti pazzi per questo vitigno, oggi non lo vuole più nessuno. Bisogna formare i giovani perché c’è il rischio che con le nuove generazioni si perda il patrimonio vitivinicolo dell’Etna”.
Dall’incontro con Benanti, con la condivisione dei valori di ricerca e conoscenza, alla fondazione dei Vigneri, ispirata all’antica maestranza del 1435, l’intervista a Salvo Foti è riavvolgere il film della sua vita. “Perché per me fare il vino è vita. E il vigneto è visione. Non dimenticherò mai – conclude – ciò che diceva il mio bisnonno: Se vuoi piantare una vigna, prima fai un figlio. Perché il vigneto non sarà tuo ma di chi verrà dopo di te“.




















