Un siciliano come tanti, ma che da partigiano ha scritto la storia. Salvatore La Rosa era un giovane padre e un umile lavoratore quando, nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, in un periodo in cui l’Italia era ormai sull’orlo della guerra civile e aveva a disposizione soltanto risorse modeste, venne chiamato alle armi dal governo fascista. Un governo che, alleato a quello nazista, non sentì mai suo, tanto da decidere di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana. È così che l’uomo originario di Aragona, in provincia di Agrigento, divenne figlio di un triste destino. Arrestato dai tedeschi nel 1944, venne poi ucciso a soli 33 anni con un colpo alla nuca durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine. I suoi resti sono rimasti senza nome fino al 2011, quando il test del Dna, realizzato grazie alla figlia Angela Alaimo La Rosa, ha permesso di attribuirgli quelli contenuti nel riesumato sarcofago 273. Da allora, la famiglia può vivere il suo lutto con un fiore su una tomba. La volontà, tuttavia, è anche e soprattutto quella di continuare a lottare per dare verità e giustizia alla sua figura. A parlarne a BE Sicily Mag è stata la nipote, Carmela Tararà.

La morte del partigiano Salvatore La Rosa nell’eccidio delle Fosse Ardeatine
“L’uccisione in sordina di mio nonno Salvatore ha cambiato per sempre la mia storia familiare, provocando in ognuno di noi una ferita che non si è mai sanata”, ha ammesso Carmela Tararà, nipote di Salvatore La Rosa. La prematura scomparsa dell’uomo fu infatti per molto tempo causa di forte dolore sia per la moglie Celestina che per le figlie, Angela e Giacomina, cresciute orfane di padre.
I racconti su quel periodo si sono tramandati di generazione in generazione. “Ad Aragona molti parlavano a sproposito. C’era chi diceva che mio nonno non fosse tornato al paese perché si era creato un’altra famiglia altrove; altri invece dicevano che fosse disperso in Russia. Mia nonna era una donna forte, ma ha vissuto nel dolore e nell’incertezza per anni. È stata costretta a crescere da sola due figlie in una Sicilia povera”.
La svolta si ebbe negli anni Settanta, dopo trent’anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine. “Soltanto nel 1974 mio nonno venne riconosciuto come deceduto. Due anni dopo, a seguito di alcune ricerche effettuate sulle schede carcerarie dell’archivio delle S.S. della Kommandamtur di Roma da parte del Museo della liberazione, si scoprì che mio nonno era stato ucciso alle Fosse Ardeatine. La reazione di mia nonna fu rabbiosa, avvertì un forte senso di ingiustizia, di noncuranza da parte delle istituzioni”

Le cartoline, le lettere alla sua famiglia e i suoi valori
L’archivio di Carmela Tararà sul nonno Salvatore La Rosa è pieno di documenti, lettere e cartoline che l’uomo, durante la Seconda Guerra Mondiale, spediva alla moglie, rivolgendo sempre un pensiero alle due figlie bambine, che vedeva attraverso le foto ricevute. “Io sto bene, tu come stai?” chiedeva. E ancora: “Fammi sapere come stanno Angela e Giacomina“. Frasi scritte con un italiano molto rudimentale, dato che l’uomo era scolarizzato soltanto fino alla terza elementare. Prima della guerra, faceva il muratore, ma era anche appassionato di musica.
Testimonianze familiari, quelle conservate dalla nipote, che mostrano l’affetto di un uomo comune verso i propri cari. Da queste, poco si evince in ruolo che ebbe da partigiano. Da soldato, Salvatore venne destinato prima al 36° Fanteria a Gradisca e poi al 324° Battaglione costiero a Savona. Dopo l’armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943, che prevedeva la resa incondizionata dell’Italia alla Germania, divenne uno dei tanti “sbandati”, che da alleati divennero nemici dei tedeschi. “In quel periodo si pensava che mio nonno stesse lavorando per racimolare i soldi che gli servivano per ritornare ad Aragona. La mia famiglia non sapeva che Roma era occupata dai tedeschi e che lì venivano compiuti crimini inenarrabili nei confronti degli italiani, né tantomeno che tra le vittime ci sarebbe stato proprio lui”.
Con il passare degli anni, molti dettagli sono venuti alla luce. Tra questi, il fatto che Salvatore La Rosa non aderì alla Repubblica Sociale Italiana. L’uomo venne arrestato, il 20 gennaio 1944, con l’accusa di “azione di bande” e portato nel carcere di via Tasso a Roma. Qualche mese dopo, secondo i documenti, fu trasferito “per malattia” nel III braccio di Regina Coeli, nella cella 347, all’infermeria. Il 24 marzo, giorno dell’eccidio, il suo nome era nella lista di Herbert Kappler, il quale scelse tra i detenuti sotto inchiesta a disposizione dell’Aussenkommando quelli da sottoporre all’esecuzione.
“Mio nonno non si schierò contro i tedeschi per delle specifiche idee politiche, era un uomo umile. Noi crediamo che sia stato semplicemente poiché nutriva un forte senso di giustizia, che lo portò a collaborare coi partigiani. Probabilmente sentiva di fare la cosa giusta. È un valore che faccio mio e che, da insegnante, cerco sempre di trasmettere ai miei alunni”, ha ammesso Carmela Tararà.

La conferma definitiva nel 2011
Salvatore La Rosa per decenni è stato tra le vittime ignote dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. ”Finalmente, nel 2011, è arrivata la conferma definitiva dell’identificazione, grazie al lavoro del Museo della Liberazione di Roma e dei suoi studiosi, nonché dei Carabinieri del Ris. A mio nonno è stato assegnato il titolo di Martire della Libertà, con una cerimonia dedicata. Il suo nome è stato inserito nel libro di bronzo del museo”.
Il percorso che ha portato alla verità è stato però tutt’altro che semplice. “I suoi resti erano nel sarcofago 273, insieme a quelli di tante altre vittime dei tedeschi, che dovevano vendicarsi delle operazioni partigiane. Per ogni tedesco ucciso, vennero uccisi dieci italiani. La migliore gioventù dell’epoca venne sacrificata e le famiglie distrutte. Tra questi c’erano mio nonno e altri undici siciliani. Alcuni corpi non sono mai stati trovati, altri sono stati riconosciuti solo per gli oggetti che avevano con sé, come statuette e libricini”.

La famiglia di Salvatore La Rosa, seppure non senza dolore, è riuscita a trovare la pace nel suo destino. “Adesso ad Aragona c’è una via intitolata a mio nonno, una delle vie principali del paese, un orgoglio per cui devo ringraziare l’ex sindaco, Alfio Collura”, ha concluso Carmela Tararà.










