Più di 80 giornalisti provenienti da tutta Europa, invitati dalla società di distribuzione I Wonder, lo scorso 5 giugno hanno vissuto un’esperienza immersiva che difficilmente potranno dimenticare. La miniera di sale di salgemma di Raffo, frazione di Petralia Soprana, in provincia di Palermo, gestita dalla società Italkali, che per oltre un mese aveva ospitato nel 2023 le riprese di “The end”, è stata anche la location per la presentazione del film del regista, candidato all’Oscar, Joshua Oppenheimer, in anteprima alla stampa internazionale. La produzione ha impiegato un centinaio di maestranze, provenienti da tutto il mondo, e un cast di spicco, che in parte è tornato nella location proprio in occasione dell’evento.
In precedenza “The end”, che nasce da una prestigiosa collaborazione internazionale tra Danimarca, Germania, Irlanda, Italia, Regno Unito e Svezia, era stato presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival e al Toronto International Film Festival. La pellicola arriverà adesso in sala, distribuita da I Wonder Pictures, il prossimo 3 luglio.
La miniera di sale di salgemma di Raffo location di “The end”
La miniera di sale di salgemma di Raffo, che ha fatto da location a “The end”, è un sito geologico di circa cinque milioni di anni fa, con oltre 80 km di gallerie, distribuite su otto livelli, scavate fino a profondità oceaniche. In una di esse gli organizzatori hanno installato un maxi schermo e proiettato il film, con un’acustica perfetta. Tanti gli ospiti, tra cui anche rappresentanti della Sicilia Film Commission della Regione siciliana, diretta da Nicola Tarantino, che per quasi due ore mezza sono stati rapiti dall’incanto del film e dell’ambiente circostante, totalmente isolato dal mondo esterno per via della sua profondità.
Dopo un primo briefing con il direttore della miniera, caschetto di protezione in testa, la discesa nelle viscere della terra, prima per la visita del Museo “SottoSale”, realizzato con opere straordinarie e, dopo la visione del film per il raggiungimento delle location, che l’Italkali ha voluto mantenere, attraverso alcuni pulmini. I pochi elementi di scena presenti, come per magia, hanno preso vita nel racconto emozionato ed eccitato di Joshua Oppenheimer, in cui ha spiegato le scelte dei luoghi, offrendo una vera e propria meditazione, nel silenzio della miniera.

La trama di “The end”
“Il mondo è finito. Ma l’umanità, forse, no”, la trama di “The end” ruota attorno a questo presupposto. In un bunker sotterraneo riarredato come una casa di lusso, vivono e sopravvivono: Madre (il premio Oscar Tilda Swinton), Padre (il candidato all’Oscar Michael Shannon) e Figlio (George Mackay), che cercano di mantenere la speranza e un senso di normalità aggrappandosi a piccoli rituali quotidiani. La svolta si ha con l’arrivo di una ragazza dall’esterno (Moses Ingram), che incrinerà il delicato equilibrio di questo apparente idillio familiare.
Joshua Oppenheimer lo aveva già fatto nell’opera che lo ha consacrato a livello internazionale, “The act of killing” (L’atto di uccidere, 2012), e si è ripetuto anche in questo straordinario lavoro, non abbandonando mai il suo sguardo sul senso di colpa e sulla rimozione, che affida a un cast stellare. “The end” è una sorta di musical atipico, con un linguaggio a metà tra il filosofico e il surreale, affidando agli attori momenti di alienazione claustrofobica legati alla necessità di vivere in un bunker per la scomparsa fuori dell’intera popolazione.
Durante il suo racconto ai giornalisti il regista, con accanto la produttrice e l’attore George MacKay, ha chiesto agli ospiti di chiudere gli occhi e, nel buio, “ascoltare il silenzio” per riflettere sulla crisi irreversibile dell’essere umano e sulla sua incapacità di affrontare con responsabilità i suoi errori. Spetta all’uomo scegliere che direzione prendere nel futuro, se continuare a distruggere la specie e l’ambiente e quindi vivere, come ha detto il regista, “nell’illusione confortante delle menzogne”.

La sceneggiatura
La sceneggiatura di “The end”, firmata dallo stesso regista Joshua Oppenheimer con Rasmus Heisterberg (noto per “Uomini che odiano le donne”), prende vita nelle splendide musiche di Marius de Vries (che in precedenza si è occupato di “Romeo+Giulietta”) e Joshua Schmidt (di “Adding machine”), con testi dello stesso Oppenheimer. È proprio l’uso del musical, come forma di linguaggio raffinato e coinvolgente, che caratterizza il film per la sua leggerezza, che diventa intensità espressiva nel raccontare “un canto struggente”, come è stato definito da Andrea Romeo, ideatore di Biografilm, nell’introdurre la proiezione.
Il regista
Joshua Oppenheimer è cresciuto ad Harvard e a Central Saint Martins. I suoi primi lavori sono stati i cortometraggi The Globalisation Tapes, The Entire History of the Louisiana Purchase (1998), These Places We’ve Learned to Call Home (1996). L’esordio nel suo primo lungometraggio è avvenuto nel 2012 con The Act of Killing, dopo avere studiato per decenni l’opera terrificate delle milizie della morte in Indonesia e raccolto le testimonianze agghiaccianti delle vittime. Il film è stato presentato in anteprima in Italia, nel 2013, nel corso della nona edizione di Biografilm Festival, dove ha vinto il Premio della Giuria Internazionale per essere “un’avvincente, intrepida, terribile, esibizione del male e per la sua regia innovativa”. Ha vinto inoltre un BAFTA, il premio ecumenico Panorama a Berlino, il CPH:DOX Award e molti altri, oltre ad essere stato candidato agli Oscar per il Miglior Documentario 2013. Il suo secondo lungometraggio, The Look of Silence, sempre incentrato sui massacri indonesiani, ha vinto il Gran premio della giuria alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato distribuito in Italia prima che nel resto del mondo, ricevendo anche una nomination agli Oscar 2016.












