Da bambini ci soffiavamo sopra esprimendo desideri. Da adulti, spesso lo ignoriamo, convinti sia solo un’erbaccia buona per le api e per le favole. Ma il tarassaco, conosciuto anche come “dente di leone”, in Sicilia ha una lunga storia che passa per le mani dei contadini, le cucine delle nonne e le saggezze di chi dalla terra sa trarre tutto, anche ciò che sembra invisibile.
Non solo soffioni: una pianta dalle mille vite
Il suo nome scientifico è Taraxacum officinale, e in Sicilia è conosciuto in vari modi: cicoria selvatica, vurrania, piscialettu, a seconda delle zone. Quest’ultimo nomignolo allude alle sue proprietà diuretiche, note fin dai tempi antichi. Il tarassaco, infatti, è una vera farmacia tascabile: ricco di vitamina C, ferro, potassio e principi attivi depurativi, veniva utilizzato per purificare il fegato e alleggerire la digestione dopo i bagordi.

I Romani lo chiamavano “amaro buono”, e già da allora era usato per preparare decotti, infusi e contorni. In Sicilia, era raccolto a mano nei campi in primavera, quando le foglie giovani sono più tenere, e finiva nelle minestre, nelle torte salate o semplicemente saltato con aglio e olio.
Dal campo alla padella: amaro ma buono (e alla moda)
Il tarassaco ha un sapore amarognolo che non tutti amano al primo assaggio, ma che conquista chi cerca gusti autentici. Si può mangiare crudo, in insalata con arance e cipolla, oppure cotto, insieme ad altre erbe selvatiche. Le radici si possono tostare per farne un “caffè” naturale, mentre i boccioli si conservano sott’olio come piccoli capperi artigianali. E i petali? Perfetti nelle frittate, per un tocco giallo sole.
Negli ultimi anni, il tarassaco è tornato di moda nei mercatini naturali e nei ristoranti che riscoprono la cucina spontanea, quella che si fa con ciò che la terra offre gratis, se solo impariamo a guardare.
Un’erba che insegna a desiderare (ancora)

Soffiare sui suoi fiori resta un gesto poetico, ma mangiarne le foglie è un atto di consapevolezza. Il tarassaco ci ricorda che anche ciò che pare insignificante può essere prezioso. In Sicilia, dove l’erba cresce perfino sui bordi delle strade, raccoglierla diventa un rito: un ritorno alla lentezza, al gusto amaro delle cose vere.
E magari, dopo averlo cucinato, si può tornare a soffiarci sopra. Un desiderio in più, non fa mai male.


















