Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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Gli errori grammaticali che (quasi) tutti gli italiani fanno: ecco i più comuni

Dall’uso del congiuntivo all’apostrofo ribelle: ecco i classici errori che insidiano anche i madrelingua.

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Parliamo italiano da quando siamo nati, eppure basta aprire un social, leggere una chat o ascoltare una conversazione per accorgersi che la nostra lingua madre è disseminata di piccole trappole. Alcune sono regole sottili, altre sono veri e propri “falsi amici” che si tramandano di generazione in generazione, fino a diventare quasi normali. Ma dietro ogni “pultroppo” o “qual’è” si nasconde una storia linguistica precisa.

I grandi classici degli errori grammaticali

Il primo campione incontrastato è lo scontro fra congiuntivo e indicativo. Nonostante i manuali scolastici e le mille correzioni ricevute, il 69% degli italiani tende a dire:

❌ “Penso che hai ragione” → ✅ “Penso che tu abbia ragione”
❌ “Credevo che eri a casa” → ✅ “Credevo che fossi a casa”
❌ “Se andavi prima lo trovavi” → ✅ “Se fossi andato prima lo avresti trovato”

Curiosità siciliana: in molte zone dell’isola, l’influenza del dialetto porta a usare l’indicativo quasi sempre, anche quando la grammatica italiana richiede il congiuntivo. Frasi come “Penso che sei stancu” sono comunissime, e per i più anziani risultano perfettamente naturali.

Al secondo posto, un grande classico: l’uso di “gli” al posto di “le”. Il pronome “gli” è maschile singolare, eppure capita di sentire frasi come:

❌ “A Francesca gli ho portato un regalo” → ✅ “A Francesca le ho portato un regalo”

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Curiosità siciliana: in alcuni contesti informali si sente dire “Ci ho detto” invece di “Le ho detto”, calco diretto dal siciliano “ci dissi”.

Poi c’è la guerra infinita dell’apostrofo in “qual è”. La forma corretta è senza apostrofo, perché si tratta di troncamento: “qual” è parola autonoma e non un’elisione. E già che ci siamo, stessa sorte tocca a po’, che va scritto con apostrofo e mai con l’accento ().

Gli errori ortografici più diffusi

L’ortografia italiana è ricca di tranelli. Prendiamo accelerare: la tentazione di scriverlo con due “L” è forte, ma l’etimologia (dal latino celere) ci ricorda che è solo una. Stesso discorso per parole come collaborare (e non collabbore) o appello (mai apello).

Tra i refusi più frequenti c’è purtroppo, che una parte non trascurabile di italiani scrive “pultroppo”. O ancora proprio, che spesso diventa propio. E non dimentichiamo due veri tormentoni:

❌ “Apposto” quando si intende “a posto”
❌ “Qualcosina” scritto qualche cosa in contesti in cui serve un diminutivo

Apostrofi e accenti: le piccole grandi insidie

L’apostrofo ha regole semplici, ma non sempre rispettate. Al maschile non si usa: un amico, non un’amico. Al femminile sì: un’amica. E quando la frase diventa l’ho fatto, non può trasformarsi in lo fatto.

L’accento e l’apostrofo in parole comuni come po’ fanno la differenza: “un po’ di pazienza” è corretto, “un pò” no. Stesso discorso per “d’accordo”, che non può diventare daccordo. E per essere sicuri, vale anche per “d’altronde” o “d’altra parte”.

Leggi anche:  Il siciliano incontra l'AI: la lingua dell’Isola si può tradurre con DeepL

Modi di dire… sbagliati

Alcune espressioni popolari si sono trasformate nel tempo, perdendo il senso originario. “Andare in brodo di giuggiole” è la forma diffusa, ma la versione storica è brodo di succiole (castagne bollite).

La cosiddetta “bellezza dell’asino” nasce invece da un fraintendimento del francese beauté de l’âge (la bellezza dell’età). E “piuttosto che” significa “preferenza”, non “oppure”.

Ci sono poi altri casi curiosi:

❌ “Prendere la palla al balzo” interpretato solo in senso negativo, quando in realtà è neutro
❌ “Non c’è trippa per gatti” trasformato in non c’è trippa di gatti (errore di senso e… di immagine)

Curiosità siciliana: alcuni modi di dire locali vengono spesso “italianizzati” in modo bizzarro. Per esempio, “A lava l’acqua si perdi u sapuni” (lavare l’acqua si perde il sapone) diventa in italiano “È inutile lavare l’acqua”, che perde completamente la forza espressiva.

Come migliorare: consigli pratici

La ricetta per scrivere e parlare meglio è semplice, ma richiede costanza:

  • Leggere di più, perché la buona lingua si assimila anche per esposizione.
  • Scrivere a mano, che aiuta la memoria ortografica.
  • Consultare dizionari e grammatiche ai primi dubbi.
  • Fare esercizi mirati: dettati, giochi linguistici, analisi di frasi celebri.
  • Usare app e dizionari online con funzione audio per ascoltare la pronuncia corretta.

Leggere i grandi autori siciliani – da Verga a Camilleri – aiuta anche a riconoscere quando un’espressione è volutamente dialettale e quando invece si tratta di un errore mascherato da “colore locale”.

La lingua è un allenamento continuo

L’italiano è una lingua viva, in continua evoluzione. Gli errori non devono essere motivo di vergogna, ma occasioni per migliorare. Come in ogni allenamento, serve esercizio: ogni parola scritta bene è un passo avanti verso un uso più consapevole e preciso della nostra lingua madre.

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