C’è una frase che si sente spesso in Sicilia, in tutte le sue varianti: “Mi sono arrangiato.” La si dice con un mezzo sorriso, tra l’orgoglioso e il rassegnato. A volte per raccontare una soluzione creativa, altre per coprire una pezza messa alla meglio. È una formula quotidiana, antica, che racconta molto più di quello che sembra.
Perché “arrangiarsi” in Sicilia non è solo un modo per cavarsela. È quasi un’arte. Un talento collettivo sviluppato nei secoli. Una reazione a mancanze, ritardi, limiti. Ma è anche una mentalità che plasma il nostro modo di vivere, di lavorare, di inventare. E qui nasce la domanda: è una forma di sopravvivenza o una genialità da coltivare?
Quando manca tutto, nasce l’ingegno
Non è un caso se molte invenzioni popolari nascono proprio in Sicilia. Il carretto siciliano era un mezzo di trasporto, certo, ma anche un manifesto artistico. Le ricette “povere” della tradizione sono spesso piccoli capolavori gastronomici nati da ciò che si aveva sotto mano. Gli oggetti riutilizzati, le soluzioni “fatte in casa”, le costruzioni con materiali di fortuna: tutto racconta la stessa cosa. Dove non arrivava lo Stato, ci arrivava la fantasia.
Questa creatività necessaria ha fatto parte della nostra educazione informale. Si impara da piccoli: a riadattare, a risolvere, a trovare scorciatoie. Con una punta di ironia e tanta elasticità mentale. A modo nostro, siamo degli hacker della quotidianità.
Ma non sempre è una buona notizia
L’arte di arrangiarsi, però, ha anche un lato oscuro. Perché se diventa l’unica via, smette di essere virtù e si trasforma in condanna. Ci si abitua a non pretendere soluzioni vere, a non rispettare le regole, a non cambiare le cose perché “tanto troviamo un modo”. È così che nascono i lavori fatti male, i rattoppi eterni, l’idea che si può vivere sempre sul filo, senza mai costruire davvero.
In certe situazioni, arrangiarsi diventa una scusa. Per non innovare, per non pianificare, per non prendersi responsabilità. E qui si passa dalla creatività alla rinuncia. Dalla genialità al compromesso continuo.
Una risorsa, se sappiamo elevarla
Eppure, se canalizzata bene, questa attitudine può diventare una risorsa straordinaria. L’Italia è piena di start-up nate da intuizioni “artigianali”. L’economia circolare si basa proprio sul concetto di riuso, adattamento, reinvenzione. E l’arte contemporanea, spesso, parte da materiali poveri per raccontare mondi nuovi.
In Sicilia questa intelligenza pratica è ovunque. Basta entrare in una bottega, parlare con un contadino, osservare un artigiano al lavoro. C’è un sapere non codificato che vale oro. E c’è un potenziale enorme, se solo lo si riconoscesse e valorizzasse davvero.
Folklore, resilienza, futuro
Molto di quello che oggi chiamiamo “folklore” nasce proprio da qui. Dalla capacità di cavarsela. Dalla voglia di dare forma a qualcosa, anche con poco. È una bellezza imperfetta, ma viva. Un sapere popolare che rischia di sparire sotto l’omologazione del tutto pronto, tutto nuovo, tutto standard.
Forse è tempo di ripensare l’arte di arrangiarsi. Non come un ripiego, ma come un punto di partenza. Con rispetto, con metodo, con ambizione. Perché dietro ogni gesto semplice, ogni trovata ingegnosa, c’è una storia. E, spesso, c’è anche un futuro possibile.






















