La decima edizione del Festival del giornalismo enogastronomico ha celebrato a Galati Mamertino un rituale che comincia già percorrendo le strade tortuose che conducono al borgo nel cuore dei Nebrodi, tra boschi e coltivazioni eroiche, con lo sguardo che spazia all’orizzonte fino al profilo delle isole Eolie.
Radici da raccontare, il tema della X edizione del Festival del Giornalismo Enogastronomico
Tre giorni intensi, ma vissuti nel solito mood di lentezza e prelibatezze, che dal 10 al 12 ottobre hanno riportato sui Nebrodi giornalisti, produttori, esperti e rappresentanti istituzionali tra talk e degustazioni, visite alle aziende e cene a base di prodotti tipici. “Radici da raccontare”, il tema scelto quest’anno da Nino Amadore — giornalista del Sole 24 Ore, anima e motore del Festival — più che uno slogan è stato una direzione di marcia per ragionare ad alta voce sulle iniziative che i territori interni della Sicilia, e dell’area dei Nebrodi in particolare, devono intraprendere per costruire sviluppo partendo da ciò che già c’è, senza inseguire modelli estranei.
Al centro dei talk, nella sala della Fondazione Crimi di Galati Mamertino, si è discusso più di algoritmi che di ricette, più di filiere che di folklore. Già a partire dal primo incontro – “Assaggi di giornalismo” – il confronto, sviluppato per parole chiave (cose, visioni, storie, sfide, sapori, immagini), ha messo d’accordo cronisti, comunicatori e docenti sul potere dello storytelling come strumento concreto di marketing territoriale. Un racconto che non deve reinventare ma riconoscere, e soprattutto valorizzare, traducendo l’identità (fortissima) che già esiste in valore economico e turistico, senza indulgere nella nostalgia. Per farlo servono però reti, formazione, investimenti e una regia comune, perché – ancor di più dove mancano strade, fibra, tecnologia – ogni azienda che continui ad agire in autonomia si condanna alla marginalità.

Reunion annuale per il giornalismo siciliano
Il festival è ormai appuntamento fisso per i giornalisti delle principali testate siciliane. Quest’anno, nello stesso panel, si sono confrontati il presidente dell’Ordine regionale Concetto Mannisi, il segretario regionale di Assostampa Giuseppe Rizzuto, il presidente del Corecom Andrea Peria, quello della Fed Biagio Semilia, il presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare Siciliana Alfredo Pecoraro, il direttore di Ragusaoggi Enzo Scarso e il Ceo di Flazio, Flavio Fazio, in un dibattito sulle potenzialità e i rischi derivanti dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nella quotidianità del lavoro giornalistico.
Raccontare i luoghi, l’imperativo di Robert Camuto
Gli Aperilibro sono stati la novità di questa edizione: Mario Liberto ha presentato il suo “Storia dell’enogastronomia siciliana”, poderoso excursus da Polifemo alla “Patria alimentare”, e Robert Camuto, giornalista e scrittore americano di origini siciliane, ha raccontato Altrove, a Sud, viaggio nell’Italia dagli anni Sessanta ai nostri giorni, tra vino, cibo e luoghi. Camuto, contributing editor per Wine Spectator, che con un solo articolo della rubrica “Robert Camuto Meets…” può cambiare le sorti di una cantina, si è soffermato sulle differenze tra celebrare un prodotto e raccontarne i luoghi, restando fedele al suo stile fatto di “viaggi filosofici in cerca di esperienze da condividere”.
E poi le degustazioni, gli aperitivi, i cooking show che al Festival del giornalismo enogastronomico diventano una festa corale, con i produttori che, orgogliosi, lasciano parlare i loro prodotti. Olio, formaggi, salumi, miele, birra, nocciole: tutta la ricchezza e la biodiversità dei Nebrodi come patrimonio autentico di questo triangolo di Sicilia e di chi ogni giorno lo difende. Ma anche come simbolo di eccellenze che resistono e, nonostante la mancanza di infrastrutture e di coordinamento, riescono a raggiungere i mercati internazionali.

Le storie di chi ce l’ha fatta al Festival del Giornalismo Enogastronomico
Storie di chi ce l’ha fatta, come quella di Celestino Drago, partito da Galati per Los Angeles alla fine degli anni Settanta e oggi patron di una costellazione di ristoranti tra Beverly Hills e West Hollywood, tavole dove è possibile trovare a cena Ronaldo, Beyoncé o la coppia Obama. Oppure quella di Pino Drago, chef di Degusto, che ha invece scelto con convinzione di restare a Galati, insistendo sulla necessità di legare accoglienza e filiere corte, per un turismo che non sia passaggio ma scelta, in cui le esperienze non si riducano a degustazioni da sagra ma diventino incontro con le storie dei luoghi.
Il turismo enogastronomico, se messo a sistema, può dare ai Nebrodi ciò che ancora manca per tradurre la propria identità in valore economico. Serve però un racconto collettivo, capace di unire produttori, istituzioni e comunità locali, superando il frazionamento e la logica dell’evento isolato. È questo, in fondo, il messaggio che rimane da un’edizione che ha saputo fare del confronto e dell’ascolto la sua forma di celebrazione: nei Nebrodi le radici non sono un ricordo, ma la materia viva da cui può germogliare il futuro.



















