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Arancina o arancino? L’etimologia del dibattito più gustoso della Sicilia

Alla scoperta dell'origine etimologica della parola che descrive la specialità siciliana a base di riso

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A quanti sarà capitato di entrare in una tavola calda o in un bar, magari lontano dalla propria città, e provare un sentimento di imbarazzo o qualche tentennamento nel momento di ordinare la palla di riso più iconica della Sicilia. Arancina o arancino? Un dilemma che, da decenni, alimenta orgoglio linguistico e identità gastronomiche locali, trasformandosi in una sorta di disputa patriottica tra le due sponde dell’isola con epicentro Palermo e Catania. Una questione apparentemente semplice, ma tutt’altro che risolta, su cui è intervenuta persino l’Accademia della Crusca.

In questo articolo ripercorriamo, dunque, le origini della parola e le ragioni che hanno dato vita a un dibattito ancora oggi vivissimo.

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Le origini della pietanza di Santa Lucia

Le origini di questa pietanza si fanno risalire al tempo della dominazione araba in Sicilia, che durò dal IX all’XI secolo. Gli arabi avevano l’abitudine di appallottolare un po’ di riso allo zafferano nel palmo della mano, per poi condirlo con la carne di agnello prima di mangiarlo; da qui la denominazione metaforica: una pallina di riso con la forma di una piccola arancia, termine derivato dall’arabo nāranj.

A sostegno di questa ipotesi, l’Accademia della Crusca cita il Liber de ferculis di Giambonino da Cremona, secondo cui tutte le polpette tondeggianti nel mondo arabo prendevano il nome dalla frutta a cui potevano essere assimilate per forma e dimensioni (arance ma anche albicocche, datteri, nocciole). Il paragone con le arance era naturale in Sicilia dato che l’isola ne è sempre stata ricca.

Secondo, invece, l’ipotesi di Salvatore C. Trovato, espressa in A proposito di arancino/arancina, il nome della pietanza potrebbe derivare non solo dalla forma dell’arancia, ma anche dal suo colore: in siciliano infatti le parole che indicano nomi di colori si formano da una base nominale più il suffisso –inu, quindi arancinu ‘di colore arancio’.

L’arancina della Sicilia occidentale

Sebbene i dizionari dialettali registrino arancino come forma maschile, il quadro relativo al nome del frutto mostra oscillazioni: arancio e arancia convivono, con una prevalenza del femminile nello scritto e del maschile nel parlato regionale. Il femminile, tuttavia, è spesso percepito come “più corretto” in contesti formali, poiché corrisponde alla distinzione tradizionale della lingua italiana tra albero e frutto.

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Questa dinamica sembra avere influito in modo rilevante sull’area urbana di Palermo. Qui il prestigio dell’italiano standard ha favorito l’adozione di arancia, da cui deriva la forma arancina per la crocchetta di riso. La diffusione della variante femminile in città è legata anche alla funzione identitaria che l’arancina riveste in occasione di Santa Lucia, dove è tradizionalmente protagonista gastronomica.

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La forma femminile trova riscontro anche in alcune fonti letterarie e saggistiche. Nei testi divulgativi di Gaetano Basile dedicati allo street food palermitano l’arancina è definita «la regina dorata del 13 dicembre», mentre in altre narrazioni ambientate nel capoluogo la si ritrova citata come elemento di riconoscimento gastronomico della città.

L’arancino della Sicilia orientale

Dal punto di vista territoriale, arancino è oggi la forma dominante nell’area orientale della Sicilia: Catania, Messina, Enna e buona parte del Nisseno. È qui che il maschile è percepito come la forma “vera”, coerente con il dialetto e con l’eredità morfologica locale.

Dal punto di vista etimologico, i dizionari dialettali attestano che il frutto dell’arancio è aranciu, forma che nell’italiano regionale tende a evolvere in arancio. La distinzione oggi considerata “normativa” – femminile per i frutti, maschile per gli alberi – è in realtà relativamente recente: si afferma solo nella seconda metà del Novecento. Non sorprende, dunque, che in molte aree d’Italia, Toscana compresa, arancio continui a essere usato per indicare il frutto.

La prima attestazione della forma arancino nella lessicografia italiana compare nel Dizionario moderno di Alfredo Panzini (ed. 1942), dove è registrata come voce maschile “dialettale siciliana”. È quindi questa la forma sedimentata nei repertori dialettali e nei primi dizionari italiani che raccolgono regionalismi.

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E la letteratura? Andrea Camilleri ha contribuito più di chiunque altro a fissare nell’immaginario collettivo la variante maschile. Ne Gli arancini di Montalbano, la famosa novella del 1999, lo scrittore la celebra così: «Quelli della fimmina di Catarella erano arancini perfetti, tondi come il sole che cala sul mare di Vigàta». Ma non è il solo: anche Catena Fiorello utilizza la forma maschile nel titolo del suo romanzo Cinque donne e un arancino.

Le arancine a Santa Lucia

Qual è il termine giusto, insomma, resta un mistero. Il dibattito non ha ancora un vincitore. Come da tradizione, però, il 13 dicembre di ogni anno, in Sicilia, in occasione della festa di Santa Lucia il cibo più consumato sono, appunto, le arancine. E nessuno vuole rinunciarci.

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