La prerogativa di clemenza attribuita dall’articolo 87, comma 11, della Costituzione al Presidente della Repubblica è stata esercitata nuovamente. Il Capo dello Stato ha infatti firmato cinque decreti di grazia, approvati favorevolmente anche dal ministro della Giustizia. Si tratta di una scelta che ricade solitamente in presenza di motivi di umanità o di reinserimento sociale e che consente di estinguere, in tutto o in parte, una pena ormai passata in giudicato. Tra i cinque beneficiari del provvedimento figura Alaa Faraj Abdelkarim Hamad, condannato alla pena complessiva di trent’anni di reclusione per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione, per fatti avvenuti nel 2015.
Il provvedimento di grazia
Un gesto determinante per il corso della giustizia italiana è dunque arrivato dal Quirinale. Il Presidente della Repubblica ha concesso una grazia parziale ad Alaa Faraj Abdelkarim Hamad, riducendo di undici anni e quattro mesi la pena inflittagli. La restante condanna ammonta a nove anni, ciò risulta determinante per l’accesso a misure alternative alla detenzione, come la semilibertà. La decisione, condivisa anche dal ministro della Giustizia, è maturata tenendo conto di diversi criteri: la giovane età dell’imputato al momento dei fatti, la lunga pena già scontata, i percorso di recupero intrapreso e riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché il contesto nel quale si è consumata la tragedia.
Un sogno spezzato
Quel 14 agosto 2015 il ventenne Alaa Faraj Abdelkarim Hamad coltivava un sogno: fuggire dalla guerra in Libia significava per lui trovare rifugio in Europa e provare a realizzare il desiderio di giocare a calcio. Un sogno spezzato prima ancora di poter cominciare: dopo la tragica “strage di Ferragosto”, costata la vita a 49 migranti, con 313 superstiti, la giustizia italiana lo ha riconosciuto come uno scafista. Ne sono seguiti l’arresto, il processo e dieci anni trascorsi in carcere. Nel 2017 la Corte d’Assise di Catania lo ha condannato definitivamente a trent’anni di reclusione; sentenza confermata in appello nel 2020 e successivamente in Cassazione.
L’organizzazione non governativa Sea-Watch ha tuttavia evidenziato come le testimonianze raccolte subito dopo lo sbarco fossero poco affidabili, perché rese da persone in stato di shock e come una profilazione razziale abbia finito per indicare i migranti libici come colpevoli.
Vicini a un lieto fine
Già la Corte d’Appello di Messina, pur respingendo l’istanza di revisione, aveva sottolineato che per colmare lo scarto tra la pena inflitta e la reale colpevolezza restava soltanto la strada della grazia, oggi finalmente concessa. La decisione ha suscitato sollievo in molte persone. Don Luigi Ciotti, intervenendo sulla vicenda, ha parlato di “un supplemento di verità e giustizia per chi ha pagato un prezzo sproporzionato”. Soddisfazione è stata espressa anche dalla professoressa dell’Università di Palermo Alessandra Sciurba, che durante la detenzione ha ricevuto da Alaa Faraj ventisette lettere, scritte in un italiano imperfetto imparato dietro le sbarre, poi raccolte nel libro Perché ero ragazzo, pubblicato da Sellerio.





















