A 105 anni dalla nascita di Leonardo Sciascia, la sua voce continua a risuonare come una delle più lucide, scomode e necessarie del Novecento. Ma chi era davvero l’uomo dietro lo scrittore? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Catalano, nipote dello scrittore e custode di una memoria familiare fatta di rigore, ironia e quotidianità sorprendentemente normale.
L’uomo Sciascia: un nonno normale, disarmante nella sua semplicità
Leonardo Sciascia è stato un gigante della letteratura e della coscienza civile italiana. Per Fabrizio Catalano, invece, è stato prima di tutto un nonno, “normale, affettuoso, presente”. Una normalità e una semplicità che, vista oggi, ha qualcosa di quasi disarmante: “La cosa buffa era vederlo con Bufalino a prendere il sole come due pensionati qualunque”.
Nessuna distanza, nessuna aura intimidatoria. “Non l’ho mai visto infastidito. Veniva a prenderci a scuola, ci dedicava tempo. Era rigoroso, sì, ma con noi era dolcezza, seppur burbera”.
La timidezza, scambiata per freddezza, negli anni è stata spesso travisata. Si pensi ad esempio ai primi tempi, quando ancora tutto il clamore del successo de Il giorno della civetta, non era arrivato: “In pubblico era a disagio. Ma non diceva mai di no, soprattutto quando ci venivano a trovare nella casa di campagna. Arrivavano parenti, amici, ma anche gente che voleva sottoporgli degli scritti, delle poesie. Non si negava mai, anche se stava scrivendo, e questo lo portava a esporsi più di quanto volesse davvero”.
Un uomo complesso, ma mai complicato. Capace di attraversare la storia con lucidità assoluta, anche nei momenti più drammatici. Fabrizio Catalano ricorda gli ultimi giorni del nonno, nel novembre 1989: “Alla notizia della caduta del Muro di Berlino disse soltanto ‘mah’. Non pensava che la riunificazione della Germania avrebbe potuto risolvere i problemi del mondo. Vedeva sempre oltre la superficie”.
Sciascia: il giornalista che non aveva paura di dire la verità
Sciascia non è stato solo un romanziere. È stato soprattutto un giornalista, nel senso più puro e radicale del termine. “Il suo modo di fare giornalismo era semplice: dire la verità. Senza appartenenze, senza convenienze”, spiega Catalano. Un metodo che oggi, secondo lui, sarebbe quasi impraticabile: “Oggi arrivano diktat dall’alto e tutti si adeguano. I giornali si uniformano”. E, allora, se Sciascia fosse vivo nel 2026, che tipo di voce avrebbe? La risposta del nipote è lapidaria: “Probabilmente si ritroverebbe internato in un ospedale psichiatrico. Direbbe cose troppo scomode e sarebbe tacciato di complottismo”.
Un’immagine forte, ma che restituisce perfettamente la natura di un intellettuale che non ha mai avuto paura di esporsi, anche quando significava andare controcorrente. “Era un anticipatore. Lo è stato sul caso Moro, come Sartre e Pasolini lo sono stati su altri fronti”.
E oggi, in un mondo che parla di geopolitica come fosse un talk show infinito, Sciascia partirebbe da ciò che davvero conta: “Il diritto internazionale, l’autodeterminazione dei popoli, le ingerenze. Lui guardava al problema vero, non al rumore”, ribadisce Catalano.

L’eredità morale di Sciascia: guardare i fatti, non le narrazioni
A 105 anni dalla nascita, cosa resta davvero di Sciascia? “L’eredità più urgente è il metodo: guardare i fatti, non le narrazioni”, sottolinea il nipote. Un invito che suona quasi come un monito per il presente, in un’epoca in cui la verità sembra spesso un dettaglio negoziabile. Il nodo cruciale diventa, quindi, trasmettere un’eredità ingombrante, pesante e per certi versi scomoda, alle nuove generazioni: “Servono conversazioni come questa – fa notare Catalano – Non celebrazioni vuote, ma dialoghi veri”.
Catalano ammette che oggi gli intellettuali hanno meno spazio, meno ascolto. Ma aggiunge una nota di speranza. Spesso si è parlato del pessimismo di Sciascia. In realtà, anche questo di lui è stato travisato: “Era convinto che le cose non sarebbero cambiate, ma raccontare ciò che non andava era già un modo per provare a ribellarsi. Oggi, la speranza è flebile, ma c’è. Sono sicuro che al mondo ci sono migliaia di Leonardo Sciascia, se non di più. La loro voce, però, non arriva, sono soli, persi tra qualche sparuto ‘mi piace’ sui social. Non riescono ad emergere”. Però, ci sono. Ed è da qui che si può ripartire.

Maria Andronico e l’amore per la letteratura che le fece incontrare Sciascia
Alla fine, quando gli chiediamo di condensare Leonardo Sciascia in una sola parola, Fabrizio non ha dubbi: “Nonno. Dentro quella parola c’è tutto: saggezza, affetto, ironia, severità giusta”. E poi c’è un ultimo frammento di vita, delicato e bellissimo, che racconta l’amore tra Sciascia e la moglie Maria Andronico: “Il loro amore è nato dalla letteratura. Quando fu costretto a letto, le mie zie — insegnanti — mandarono lei a dargli lezioni private. Così si sono innamorati. In pubblico la nonna restava in disparte, in silenzio, ma nel privato era tutta un’altra storia”.
105 anni dopo, Sciascia è ancora qui
Non nei monumenti, non nelle celebrazioni, ma nelle parole di chi lo ha conosciuto davvero. Nella sua ostinazione per la verità. Nel suo sguardo che non si accontentava mai della superficie. Nel suo essere, prima di tutto, un uomo.
E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo oggi: non come un’icona irraggiungibile, ma come un nonno che prendeva il sole in maniche di camicia, che andava a prendere i nipoti a scuola, che non si infastidiva se i bambini giocavano a pochi passi dal suo studio mentre era indaffarato con la scrittura. Un intellettuale che non aveva paura di dire ciò che vedeva, un anticipatore che avrebbe ancora molto da insegnarci.



















