Una vita dedicata al giornalismo e una voce che non ha mai avuto paura di essere scomoda. Quarantadue anni fa veniva ucciso Giuseppe Fava, detto Pippo, giornalista professionista che ha fatto della sua penna un’arma di giustizia per combattere il sistema di Cosa Nostra radicato in particolare nella zona di Catania. La sua è stata un’analisi lucida, capace di smascherare il volto colluso di un potere politico invischiato con la mafia, offrendo al contempo una visione alternativa per la sua terra natale, la Sicilia. Per Fava il giornalismo era un mezzo per “dire la verità, tutta la verità” e così fece, consapevole del rischio che avrebbe potuto pagare con la propria vita.
Una vita all’insegna della verità
Originario di Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa, Pippo Fava ha trasformato la sua vita in una missione civile. Intellettuale militante, ha raccontato senza compromessi le connessioni mafiose tra imprenditoria, politica e finanza. Nel 1982 ha fondato la rivista I Siciliani, oggi riconosciuta come una delle prime vere scuole di giornalismo d’inchiesta, strumento di denuncia dei cosiddetti “Cavalieri del lavoro” catanesi: imprenditori che si arricchivano grazie a una potente rete di protezione mafiosa. Il merito di Giuseppe Fava è stato quello di mostrare come la mafia fosse concreta, capace di assumere forme borghesi ed eleganti, presente soprattutto nei salotti “perbene”.
L’omicidio
Il tragico assassinio avvenne il 5 gennaio 1984 a Catania, quando cinque colpi di pistola lo colpirono alla testa. Il giornalista si trovava nei pressi del Teatro Verga, dove stava per raggiungere la nipote. L’esecuzione fu opera di Cosa Nostra: le indagini successive chiarirono il coinvolgimento dei clan Santapaola-Ercolano, sebbene inizialmente si tentò di depistare la verità parlando di un delitto passionale o di una pista privata. Un ulteriore tentativo di far prevalere quel sistema colluso contro cui Giuseppe Fava si era battuto. L’iter giudiziario conobbe una svolta solo nel 1998, quando la Cassazione confermò definitivamente la matrice mafiosa dell’omicidio. Oggi il giornalismo italiano lo ricorda e lo ringrazia per essere stato radicalmente libero e per non aver mai avuto paura di confrontarsi con la verità più scomoda.


















