Nel Mediterraneo esistono funghi e batteri che hanno imparato a nutrirsi di microplastiche. È una delle immagini più sorprendenti emerse allo Steri durante la presentazione del progetto MAESTRI, un lavoro che unisce ricerca, tecnologia e visione per capire come si muovono e dove si accumulano i frammenti di plastica che ormai invadono il mare nostrum.
Che cos’è il progetto MAESTRI
MAESTRI nasce con l’obiettivo di sviluppare un modello capace di descrivere e simulare la dinamica delle microplastiche nel Mediterraneo centrale, prevedendone la distribuzione nei prossimi dieci anni. È un lavoro che parte da un dato allarmante. Il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo da microplastiche, con il 7% dei frammenti globali concentrati in un bacino che rappresenta appena l’1% delle acque del pianeta.
“Il nostro mare – spiega Fabrizio Pepe, responsabile scientifico – è un bacino chiuso e questo fa sì che la concentrazione di microplastiche sia elevatissima, ma non è uniforme. Esistono aree in cui le correnti creano veri e propri hotspot, e noi dobbiamo sapere dove si trovano”.
Il progetto è operativo da alcuni mesi e le campagne di acquisizione dati, in Sicilia e a Malta, hanno già prodotto risultati significativi. “Conoscere il problema significa trasformare la conoscenza in strumenti utili per pianificare le azioni future” racconta Pepe, professore ordinario del dipartimento di Scienze della Terra e del Mare di Unipa.
Una sinergia interdisciplinare che unisce Sicilia e Mediterraneo
MAESTRI nasce all’Università di Palermo grazie al lavoro dei professori Fabrizio Pepe e Gianluca Sarà e della ricercatrice Marta Corradino, ma cresce attraverso una rete che coinvolge le Università di Messina, Catania e Malta, il CNR di Messina e il Ministero dei Lavori Pubblici di Malta.
Il progetto è stato selezionato dal programma Interreg Italia–Malta e finanziato con un contributo europeo di un milione e mezzo di euro, un riconoscimento che conferma la solidità scientifica della proposta e la sua rilevanza per l’intero bacino mediterraneo.
“È un progetto importante, uno dei più significativi finanziati dal programma – sottolinea Daniela Segreto, dirigente dell’Area 7 di Cooperazione Transfrontaliera della Regione Siciliana -. Coinvolge tutte e tre le università pubbliche della Sicilia e affronta un problema che non può essere risolto da un singolo territorio. Il mare è un ecosistema condiviso e richiede cooperazione”.
Tecnologie e metodi: come si studiano le microplastiche
Per osservare ciò che a occhio nudo è invisibile servono strumenti capaci di leggere il mare in profondità. Il progetto utilizza anche droni dotati di sensori ad alta tecnologia e strumenti geofisici che permettono di analizzare il substrato delle spiagge e il fondo marino fino a cinquanta metri. A queste tecniche si affiancano campagne oceanografiche dedicate alla raccolta di sedimenti, acqua e organismi marini.
“Il nostro compito – spiega Carmelo Monaco, docente di Geologia strutturale dell’Università di Catania – è creare mappe della geodiversità delle spiagge che analizzeremo. Utilizziamo droni di ultima generazione e strumenti multispettrali che, attraverso la risposta delle immagini, mostrano la presenza di plastica e microplastica nei sedimenti. Queste mappe diventano la base per il lavoro di ingegneri, biologi e microbiologi”.
Microplastiche e biodiversità: cosa sappiamo davvero
Le microplastiche, frammenti anche inferiori cinque millimetri, non sono solo un rifiuto invisibile. Entrano nella catena alimentare, vengono ingerite dai pesci e arrivano fino all’uomo. Il corpo umano non è abituato a ospitare plastica e reagisce con processi infiammatori che possono trasformarsi in patologie.
Il progetto studia anche la cosiddetta plastisfera, la comunità di microorganismi che colonizza i frammenti di plastica. Alcuni di questi funghi e batteri hanno imparato a nutrirsi di PET, trasformando la plastica in una risorsa metabolica. “Hanno capito che anche le microplastiche possono essere una fonte di nutrimento – aggiunge Pepe – Conoscerli significa capire come utilizzarli per ridurre le quantità di plastica in mare”.
Simulare il futuro: perché il modello è una svolta
Uno degli elementi più innovativi del progetto è la simulazione numerica della distribuzione delle microplastiche. I dati raccolti in Sicilia e a Malta vengono inseriti in modelli che permettono di prevedere come i frammenti si muoveranno nel Mediterraneo centrale e quali aree saranno maggiormente esposte nei prossimi anni.
“Il nostro obiettivo è fornire modelli previsionali a scala decennale – afferma Pepe – Sono strumenti che permettono agli amministratori di pianificare e gestire il territorio con consapevolezza”.
La Sicilia come laboratorio naturale del Mediterraneo
La posizione della Sicilia, al centro del Mediterraneo, la rende un osservatorio privilegiato per studiare l’inquinamento da microplastiche. Le sue coste, diverse per morfologia e dinamiche marine, rappresentano un laboratorio naturale in cui testare modelli, raccogliere dati e valutare strategie di mitigazione.
“La Sicilia è uno dei nodi centrali del problema – fa notare Pepe – Le correnti che distribuiscono le microplastiche ruotano intorno all’Isola, creando hotspot che dobbiamo conoscere per poter intervenire”.



















