Siete seduti a un tavolino, un paio di spritz davanti a voi. State raccontando a un amico un aneddoto importante della vostra giornata, o magari state affrontando una discussione delicata con il vostro partner. Arrivate al climax del discorso, fate una pausa per cercare il contatto visivo e raccogliere una reazione. Ma l’altra persona non vi sta guardando. Il suo viso è illuminato da una luce azzurrina, lo sguardo è vitreo e il pollice scorre freneticamente verso l’alto. Registra il vostro silenzio e, senza alzare gli occhi, vi regala un laconico, distratto e imperdonabile: «Mmh-mmh. Sì, ti sto ascoltando, vai pure avanti».
No, non ti sta ascoltando. Ti sta infliggendo una delle pratiche più maleducate, diffuse e socialmente accettate del nostro decennio. Benvenuti nel terzo, doloroso capitolo del galateo digitale: il Phubbing.
Cos’è il Phubbing e l’illusione del multitasking
La parola è un neologismo anglosassone geniale, nato dalla crasi tra phone (telefono) e snubbing (snobbare, ignorare). Indica l’atto di ignorare il proprio interlocutore in un contesto sociale per prestare attenzione allo smartphone.
Fino a vent’anni fa, se qualcuno avesse aperto un quotidiano sportivo e se lo fosse piazzato davanti alla faccia mentre gli parlavate, vi sareste alzati e ve ne sareste andati indignati. Oggi, invece, tolleriamo che la persona di fronte a noi navighi su TikTok, risponda a email di lavoro o controlli le Storie di Instagram di perfetti sconosciuti mentre noi cerchiamo disperatamente di avere una connessione umana reale.
Il “phubber” cronico si difende sempre con la stessa, stantia scusa: «Riesco a fare due cose contemporaneamente». È una bugia anatomica. La neuroscienza ha ampiamente dimostrato che il cervello umano non è progettato per il vero multitasking attenzionale; si limita a passare da un’azione all’altra con rapidità, perdendo informazioni ed empatia a ogni salto. Quando guardi uno schermo, il tuo interlocutore diventa un rumore di fondo.
Il terzo incomodo: il telefono a tavola
Il grado zero del phubbing inizia ancora prima di sbloccare lo schermo. Inizia nel momento esatto in cui ci si siede al ristorante e l’altra persona estrae il telefono dalla tasca per poggiarlo, a faccia in su, accanto al bicchiere dell’acqua.
È un gesto talmente automatico che non ci facciamo quasi più caso, ma dal punto di vista del galateo è una dichiarazione di ostilità silenziosa. Poggiare il telefono sul tavolo lancia un messaggio psicologico devastante: «Tu hai la mia attenzione solo ed esclusivamente fino a quando questo pezzo di vetro e alluminio non si illuminerà per offrirmi qualcosa di più interessante di te».
E badate bene: metterlo a “faccia in giù” non migliora la situazione. Anzi, sa di contentino. È come dire: «Vedi? Sto facendo l’enorme sacrificio di non guardare le notifiche per sopportare la tua compagnia, rendimi omaggio».
Come disintossicarci dalla mancanza di rispetto
Il phubbing sta lentamente erodendo la qualità delle nostre relazioni amorose e delle nostre amicizie, perché instilla nell’altra persona un senso strisciante di svalutazione. Competere con l’infinito catalogo di stimoli di internet è una battaglia persa in partenza per qualsiasi essere umano in carne ed ossa.
Nel nuovo galateo della contemporaneità, la regola d’oro deve essere drastica e inequivocabile: quando si è in compagnia di qualcuno, il telefono non deve esistere sul piano visivo. Va tenuto in tasca, nella giacca o dentro la borsa. Non sul tavolo, non in mano, non sulle gambe. Fuori dal campo visivo.
Le emergenze (quelle vere, da ospedale o casa in fiamme) passano sempre attraverso una telefonata con tanto di suoneria. Tutto il resto — il meme inviato sul gruppo degli amici, la mail del capo alle otto di sera, la notifica del like tattico — può e deve aspettare.
La prossima volta che uscite a bere qualcosa con una persona a cui tenete, fatele il complimento più bello ed esclusivo che si possa fare nel ventunesimo secolo: regalatele un’ora del vostro ininterrotto, analogico e preziosissimo contatto visivo.













