La Sicilia è da decenni uno dei punti nevralgici della presenza militare USA e NATO nel Mediterraneo, un sistema di basi e infrastrutture che intreccia cooperazione con l’Italia, logistica avanzata e sorveglianza strategica. Con l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’attenzione si è concentrata di nuovo su Sigonella, sul MUOS di Niscemi e sugli altri scali dell’Isola, chiamati a sostenere attività di monitoraggio e supporto in un contesto internazionale sempre più instabile. In un dibattito spesso dominato da slogan e timori, diventa essenziale capire cosa sta accadendo davvero, quali livelli di allerta sono attivi e quali informazioni sono confermate dal governo, in un quadro che cambia rapidamente e richiede verifiche continue.
Sigonella: hub logistico
La base più importante è Sigonella, tra Catania e Lentini, gestita dall’Aeronautica Militare italiana ma con una presenza statunitense stabile da oltre sessant’anni. Qui operano droni NATO Global Hawk, velivoli P‑8 Poseidon, aerei da ricognizione e reparti dedicati all’intelligence e alla sorveglianza. Sigonella è divisa in due aree: NAS I, amministrativa, e NAS II, operativa, dove si trovano anche i depositi NATO. È un hub logistico per la Sesta Flotta americana e ospita migliaia di militari USA.
Il MUOS di Niscemi e le altre basi
A Niscemi, invece, si trova la stazione radio della US Navy che ospita il sistema MUOS, la rete satellitare mobile che collega droni, navi e aerei in tutto il mondo. È un’infrastruttura strategica, ma anche una delle più discusse per l’impatto ambientale e paesaggistico. Completano la mappa siciliana la base di Trapani‑Birgi, usata dalla NATO per pattugliamenti e AWACS, e il porto di Augusta, punto di rifornimento per le navi americane. Pantelleria, Lampedusa e Marina di Marza ospitano invece installazioni radar e supporti logistici minori.
Basi USA-NATO in Sicilia: le reazioni politiche
Nelle ultime settimane, secondo le informazioni disponibili, le basi siciliane sono state coinvolte in attività non offensive legate alla crisi in Medio Oriente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato in Senato che non sono state autorizzate operazioni offensive dagli scali italiani. A Sigonella, però, si è registrato un aumento dei decolli di droni Triton e Global Hawk, dei P‑8 Poseidon e degli aerei cargo diretti verso il Mediterraneo orientale e il Golfo Persico. Si tratta di missioni di ricognizione e supporto logistico. La base è in stato di allerta Bravo/Charlie, con un’intensificazione delle attività ma senza passaggi ai livelli massimi.
L’allerta Bravo/Charlie indica infatti un livello di vigilanza rafforzata, con controlli intensificati e personale pronto a mobilitarsi rapidamente, ma senza minacce imminenti. L’allerta Delta, invece, è il livello più alto e scatta solo in caso di attacco in corso o rischio immediato e concreto.
Anche il MUOS di Niscemi è pienamente operativo per le comunicazioni criptate della US Navy, comprese quelle con i droni e le unità navali impegnate nella crisi. È considerato un nodo globale e, proprio per questo, un’infrastruttura sensibile in caso di escalation. Le altre installazioni siciliane restano in monitoraggio: Trapani‑Birgi è esposta per la sua funzione di supporto ai pattugliamenti NATO, Augusta mantiene un profilo più basso, mentre Pantelleria, Lampedusa e Marza sono considerate a rischio ridotto.
In questo quadro va ricordato che, secondo l’accordo bilaterale del 1954 che regola l’uso delle basi con gli Stati Uniti, l’Italia mantiene il controllo sulle installazioni presenti nel Paese e non è tenuta a consentirne l’impiego per operazioni che non condivide. Ogni attività offensiva richiede infatti un’autorizzazione esplicita del governo italiano.
Sul piano politico, le reazioni più forti arrivano dal Movimento 5 Stelle, che chiede trasparenza sul ruolo delle basi e sui rischi per la popolazione. L’eurodeputato Giuseppe Antoci ha parlato di “enorme ansia per il coinvolgimento di Sigonella e Niscemi”, mentre la deputata regionale Cristina Cimminisi ha chiesto alla giunta Schifani un’interrogazione urgente per chiarire l’impiego operativo dell’aeroporto di Trapani‑Birgi e le garanzie sulla sua operatività civile in un contesto internazionale sempre più teso. Ha ricordato che, quando Birgi è stato individuato come polo mondiale di addestramento per i piloti degli F‑35, il governo regionale non ha preso posizione e ha quindi chiesto alla Regione di spiegare quale sia il reale coinvolgimento dello scalo nello scenario attuale e quali valutazioni siano state fatte sulla sicurezza della popolazione, sottolineando che Birgi è anche un aeroporto civile che per due anni consecutivi ha superato la soglia del milione di passeggeri e con un piano di crescita che punta a 1,5 milioni entro il 2026. Dal governo Schifani, però, nessuna risposta ufficiale è ancora arrivata. Il governo Meloni, invece, al momento ribadisce che le attività in corso non sono offensive e che ogni operazione militare richiederebbe comunque un’autorizzazione italiana.














