Il conflitto in Medio Oriente tra Iran, Israele e Stati Uniti continua a influire globalmente sulla stabilità geopolitica delle aree coinvolte. Dopo settimane di guerra, anche zone come l’Italia e in particolare la Sicilia, pur non essendo direttamente coinvolte, ne subiscono effetti indiretti.
Eventi di questa portata generano infatti shock energetici e conseguenze sull’inflazione e sull’economia nel suo complesso, che in questo scenario si mostra vulnerabile e sotto pressione. A parlare nel dettaglio degli effetti pratici del conflitto sull’economia della Sicilia, inserita nel quadro geopolitico globale, è il professore di Analisi Economica dell’Università degli Studi di Palermo, Sebastiano Bavetta.
La rilevanza del conflitto in atto
Conflitti di questa portata, che interessano il Mediterraneo, hanno una risonanza significativa sull’ecosistema economico dell’Isola. Il cuore del problema è infatti energetico e si concentra nell’area del Golfo, che controlla una quota ingente dei flussi energetici mondiali. Solo lo Stretto di Hormuz vale circa il 20% del petrolio globale. Un blocco completo comporterebbe un aumento dei costi e una riduzione del potere d’acquisto delle famiglie che, uniti al calo degli investimenti delle imprese, determinano un rallentamento economico globale. A questo si aggiungono settori come quello logistico, che risentono di perdite di milioni di euro al giorno a causa di voli cancellati, rotte modificate e difficoltà nei trasporti marittimi.
“Il rischio principale per il nostro Paese è uno shock energetico. Dall’inizio della crisi il Brent è salito di oltre il 36% e, nei momenti di massima tensione, ha superato brevemente i 119 dollari al barile – afferma il professore -. Se il rialzo resterà un picco di breve periodo oppure si trasformerà in uno shock più profondo e persistente per l’economia dipende dalla durata della chiusura di Hormuz”.
Se l’attuale condizione va monitorata con attenzione, lo shock viene comunque considerato inferiore rispetto a quelli del 1973 e del 1979. Oggi, infatti, il sistema dispone di scorte strategiche, rotte alternative e strumenti di risposta più solidi rispetto al passato. Ciò che è certo è l’arrivo di rincari generalizzati dovuti all’aumento del costo delle materie prime e dell’energia, oltre che dei beni alimentari che transitano dallo Stretto di Hormuz. Tuttavia, gli aumenti non si manifesteranno ovunque nello stesso momento né con la stessa intensità.
Le condizioni economiche della Sicilia
La guerra in Medio Oriente, quindi, non è lontana, è una crisi che arriva direttamente in Sicilia attraverso tre canali invisibili, quello energetico, turistico e del costo della vita. Quando si dipende dall’esterno per l’energia, questo comporta rincari di elettricità e gas, con bollette che negli scenari peggiori possono arrivare fino a un +30/40%.
La Regione, già fragile sul piano energetico, registra inoltre prezzi più volatili rispetto al resto d’Italia, con un impatto diretto sulla penalizzazione delle imprese locali. L’aumento dei costi colpisce in modo particolare settori come quello manifatturiero e agroalimentare, con fertilizzanti e trasporti più cari e un export meno competitivo.
“Nell’economia siciliana agricoltura e blue economy hanno un peso rilevante. Sono esposte a valle nella ‘catena degli effetti‘. Nel breve periodo, i primi a essere colpiti sono i comparti nei quali energia e trasporto incidono subito sui costi. Agricoltura, e pesca soffrono per il maggior costo dell’energia, ma gli effetti complessivi arrivano dopo, soprattutto dove contano irrigazione, refrigerazione, serre” ha spiegato Bavetta.
L’innalzamento del prezzo del carburante
Davanti al picco dei prezzi del carburante, alcuni hanno parlato di speculazione. In realtà, un aumento rapido può incorporare, oltre al rischio geopolitico, anche componenti legate alle aspettative, a ricarichi prudenziali e a una trasmissione non sempre proporzionata lungo la filiera. Proprio per questo è stato attivato un presidio permanente di monitoraggio sui mercati energetici.
“I conflitti internazionali incidono, ma non in modo meccanico. I prezzi all’ingrosso e al dettaglio non riflettono soltanto il costo delle scorte, ma anche il costo di sostituzione delle forniture, le aspettative sui prezzi futuri, i premi di rischio, i costi assicurativi, i noli marittimi e l’equilibrio immediato tra domanda e offerta. In altri termini, il mercato prezza il rischio prima ancora che si scarichi pienamente sull’economia reale” ha detto il professore.
Un possibile risvolto positivo per l’Isola
Se da un lato la vulnerabilità della Sicilia è legata agli effetti sul prezzo delle materie prime, dall’altro non si tratta di un destino inevitabile, ma della conseguenza di una mancanza di visione strategica di lungo periodo. Guardando però il bicchiere mezzo pieno, la centralità mediterranea dell’Isola può trasformarsi in un vantaggio, se accompagnata da investimenti in innovazione, reti materiali e immateriali, porti, energie rinnovabili, sistemi di accumulo e logistica avanzata.
“La crisi può essere un’opportunità di efficientamento dei processi produttivi. Le imprese siciliane hanno un livello discreto di adozione dell’IA (indagine INVIND della Banca d’Italia) – ha detto Bavetta- . La crisi è un’opportunità per accelerare nell’utilizzazione di una tecnologia capace di produrre efficienza senza necessariamente generare riduzione dell’occupazione”.
Una strategia di rilancio economico
La Sicilia dispone di condizioni naturali favorevoli per investire nell’energia solare ed eolica ed è già tra le regioni italiane più dinamiche sul fronte delle nuove installazioni. Terna prevede investimenti nell’Isola per circa 3,5 miliardi di euro nel prossimo decennio. Come sottolinea il professore Bavetta: “Accelerare la transizione ha senso, ma ad alcune condizioni. Primo: servono reti. Secondo: servono accumuli, altrimenti la produzione rinnovabile non si trasforma in sicurezza energetica. Terzo: serve una strategia industriale e territoriale”.
Se le scelte che verranno adottate in questo contesto quindi saranno intelligenti, potranno generarsi nuovi investimenti, reti abilitatrici e un migliore coordinamento istituzionale, rendendo l’economia più resiliente agli shock.
“In nessun conflitto esistono solo perdenti assoluti, alcuni territori, rotte e filiere possono acquisire nuovo rilievo. Per la Sicilia il punto decisivo è capire che la traiettoria economica che l’attende non è già scritta, ma dipende dalle scelte individuali che ciascuno saprà fare. La Sicilia può scegliere se restare periferia esposta agli shock oppure diventare piattaforma mediterranea di energia, logistica e innovazione” ha concluso Sebastiano Bavetta.





















