La Sicilia è punto strategico nelle mappe del Mediterraneo. Le basi militari di Naval Air Station Sigonella e del MUOS di Niscemi riaccendono interrogativi sulla posizione dell’Isola rispetto a un conflitto che, per dinamiche e attori coinvolti, rischia di avere effetti oltre il Medio Oriente. Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno dato avvio a un’escalation con attacchi congiunti contro leadership, apparati militari e infrastrutture legate al programma nucleare iraniano che rischiano di coinvolgere anche la Regione. Un casus belli aggrovigliato che ha avuto come primo risvolto l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, aprendo una crisi sistemica interna al regime e innescando una reazione immediata di Teheran.
Diego Mauri, docente associato del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, ha chiarito alcuni aspetti a BE Sicily Mag per comprendere quali margini di coinvolgimento – diretto o indiretto – possano delinearsi.
La Sicilia e le basi militari sul territorio
La sensibilità della Sicilia sul tema non deriva dal fatto che l’Isola sia un “teatro di guerra”, come altri territori geograficamente più vicini al conflitto. Per questo è importante comprendere le implicazioni giuridiche legate alla presenza di infrastrutture militari sul territorio. Sigonella, in particolare, è una piattaforma di supporto alle operazioni USA e NATO: negli ultimi giorni l’attenzione è alta, ma ancora non si registra un innalzamento dell’allerta.
“L’Iran, in reazione a quello che percepisce come un attacco armato, potrebbe colpire in legittima difesa basi americane, tra cui Sigonella e il MUOS, come già avvenuto in Paesi arabi – ha dichiarato Diego Mauri -. Tuttavia vanno considerati due aspetti: quello tecnico, perché non è affatto certo che l’Iran disponga di missili con una gittata tale da arrivare fino a noi, e quello politico. Per gli italiani è importante sapere come vengono utilizzate queste basi. C’è infatti un forte deficit di dibattito pubblico su questo tema. Si dovrebbe discutere del tipo di coinvolgimento dell’Isola, perché rischia di avere un ruolo non secondario in queste campagne”.
Il rischio, più che diretto, potrebbe essere indiretto, secondo il professore Mauri: “L’aumento delle misure di sicurezza e possibili effetti economici legati a carburanti e trasporti, con traffico aereo instabile, potrebbero essere gli effetti più tangibili”. La campagna militare coinvolge infatti anche altri Stati del Golfo e lo stretto di Hormuz, punto strategico per i commerci globali.
Anche il Ministro della difesa della Repubblica Italiana Guido Crosetto si è recentemente esposto sulla posizione delle basi militari americane in Sicilia: “Su Muos e Sigonella vorrei ricordarvi cosa vi ho già detto in Parlamento: l’utilizzo delle basi militari sul territorio nazionale, specie quelle Usa, avviene in aderenza ad accordi quali il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Tali cornici giuridiche quindi, regolamentano queste attività da decenni e nessun governo ha avvertito l’esigenza di modificarle”.
Il rapporto dell’Iran con il nucleare
L’estensione del conflitto, segnata dalle risposte iraniane contro interessi statunitensi e alleati nel Golfo, dal presunto drone diretto verso una base britannica a Cipro e dall’intensificarsi degli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano, ha ampliato lo scenario trasformando una crisi regionale in una partita geopolitica ad alta tensione. Le radici dello scontro affondano nelle tensioni nate con la rivoluzione islamica del 1979, un quadro di ostilità mai sopito e intensificatosi negli ultimi anni. Al centro resta il nodo del programma nucleare iraniano e del rapporto con i controlli internazionali.
“L’Iran è parte del trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1970, un accordo internazionale pensato per prevenire la diffusione delle armi nucleari e favorire il disarmo – ha spiegato Mauri -. Il trattato consente lo sviluppo del nucleare solo ai cinque membri riconosciuti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – mentre gli altri Stati si impegnano a non produrre armi nucleari. L’Iran però non ha mai rinunciato allo sviluppo dell’energia atomica, sostenendo di volerla utilizzare solo a fini civili. Il punto di rottura è stata la mancata accettazione di controlli stringenti da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica”.
Cosa dice il Diritto internazionale
Una volta chiarita la natura del conflitto, resta da valutare la legittimità dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele alla luce del diritto internazionale.
“Non è accertato che l’Iran stia sviluppando testate nucleari per attaccare i propri nemici. Il diritto internazionale, nella Carta ONU del 1945, stabilisce criteri molto restrittivi sull’uso della forza. Gli Stati possono reagire militarmente solo in caso di legittima difesa, cioè quando subiscono un attacco armato in corso. Il semplice sospetto che un Paese possa sviluppare armi nucleari in futuro non è sufficiente per giustificare un intervento armato” ha dichiarato il professore.
La morte dell’Ayatollah ha inoltre aperto uno scenario politico interno incerto. Le immagini della popolazione iraniana che festeggia la notizia hanno sorpreso molti osservatori e mostrano una frattura nel Paese tra chi spera in un cambiamento e chi teme nuove forme di repressione. Secondo le prime notizie, come successore di Ali Khamenei sarebbe stato indicato Mojtaba Khamenei, mentre resta aperto il tema di un possibile “regime change”.
“La scena di persone che festeggiano è comprensibile, perché molti sperano nella fine di un regime repressivo. Tuttavia le modalità con cui questo cambiamento si è prodotto sono contrarie al diritto internazionale. Non è giustificabile né con la legittima difesa né con l’idea di intervenire per salvare una popolazione dal proprio regime – ha chiarito Diego Mauri -. Gli Stati non possono usare la forza per intervenire coercitivamente all’interno di altri Stati. La comunità internazionale non è inerme: esistono sanzioni e strumenti diplomatici. Un intervento militare con finalità umanitarie rischia invece di aprire la porta ad abusi”.
In questo contesto, l’ipotesi più pragmatica potrebbe essere quella di nuovi leader disposti ad avviare un processo di riforma interna, magari con la promessa di un’assemblea costituente. La narrativa di una guerra “di pacificazione” tuttavia, in nome dei diritti umani rischia di nascondere dinamiche di redistribuzione del potere e interessi geopolitici più ampi.
“Le violazioni del regime iraniano vanno certamente condannate, ma bisogna evitare che la soluzione sia peggiore del problema. Se alcuni Stati intervengono unilateralmente, il sistema internazionale diventerebbe instabile. Il diritto internazionale prevede già uno strumento: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che può autorizzare misure coercitive quando c’è una minaccia alla pace. Il problema è che oggi questo organo è paralizzato dal diritto di veto delle grandi potenze. Paradossalmente il diritto internazionale offre una soluzione che però gli stessi Stati rendono impraticabile. Accettare l’unilateralismo significherebbe aprire la strada a interventi simili da parte di altre potenze, dalla Cina ad altri attori globali, con il rischio di moltiplicare i conflitti” ha concluso Mauri.















