Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo 2026, torna l’ora legale: le lancette si sposteranno in avanti di un’ora alle 2. In questo modo, durante i mesi più luminosi dell’anno, l’Italia può sfruttare meglio la luce naturale nelle ore serali e contenere i consumi energetici. Introdotto in modo stabile nel 1966, dopo alcune applicazioni discontinue tra le due guerre mondiali, questo meccanismo è oggi regolato da norme comuni ai Paesi dell’Unione Europea.
La storia dell’introduzione dell’ora legale
L’idea di anticipare l’orario per sfruttare meglio la luce naturale affonda le radici alla fine del Settecento, quando Benjamin Franklin propose in modo ironico di “risparmiare candele” anticipando le attività quotidiane. Solo oltre un secolo dopo, nel 1907, il britannico William Willett avanzò una proposta concreta di ora estiva, ispirata alle sue passeggiate mattutine. La prima applicazione pratica arrivò però durante la Prima guerra mondiale: la Germania introdusse l’ora legale nel 1916 per ridurre i consumi di carbone, seguita a breve da Regno Unito e altri Paesi. In Italia fu adottata nello stesso anno con decreto luogotenenziale, restando in vigore fino al 1920 con periodi variabili.
Dopo una fase di sospensione, il sistema tornò durante la Seconda guerra mondiale per esigenze energetiche, ma venne nuovamente abbandonato nel dopoguerra fino alla stabilizzazione definitiva nel 1966 con una legge nazionale. Negli anni successivi, soprattutto durante la crisi petrolifera, i periodi di applicazione furono progressivamente ampliati. Dal 1996 l’adozione è regolata a livello europeo, con un calendario uniforme che va dall’ultima domenica di marzo a quella di ottobre.
Le critiche
L’introduzione dell’ora legale continua, tuttavia, a far discutere e a dividere l’opinione pubblica. Se da un lato il meccanismo è associato a benefici economici, con risparmi stimati in centinaia di milioni di euro e una maggiore possibilità di svolgere attività all’aperto grazie alle ore di luce serale, dall’altro continua a suscitare un ampio dibattito. Diversi studi evidenziano infatti effetti negativi sul ritmo circadiano, con un vero e proprio “jet lag sociale” che comporta perdita di sonno, insonnia, stress e, nei giorni immediatamente successivi al cambio, un aumento di infarti, incidenti stradali, infortuni sul lavoro ed errori dovuti alla riduzione della concentrazione.
A ciò si aggiungono dubbi sempre più diffusi sull’effettivo risparmio energetico, in parte compensato da maggiori consumi legati, ad esempio, all’uso di sistemi di climatizzazione. In questo contesto si inseriscono le richieste, sostenute da cittadini, associazioni e parte della comunità scientifica, di abolire il cambio stagionale e adottare un orario unico permanente, tema attualmente al centro di valutazioni anche a livello istituzionale.


















