Sono passati 20 anni da quando la voce calda e corposa del catanese Mario Biondi si è imposta per la prima volta nel panorama musicale italiano e internazionale, sul ritmo jazz di “This is what you are“. Il brano, lanciato una prima volta nel 2004, ha raggiunto il successo due anni più tardi, scalando le classifiche italiane e britanniche e diventando un classico del soul-jazz contemporaneo. Da allora, non ha smesso di girare il mondo e incantare il pubblico, collezionando dischi d’oro e di platino e collaborazioni con artisti del calibro di Barry White, ma senza mai dimenticare le proprie radici e portando, per sua stessa ammissione, sempre un po’ di Sicilia con sé.
Pronto a festeggiare questo importante anniversario con il lancio di un nuovo album e con un imponente triplo tour, Mario Biondi si è raccontato a BE Sicily Mag, da protagonista della cover digitale di aprile 2026. Venerdì esce infatti “Prova d’autore“, in cui soul, jazz, funk, house e blues si mescolano per comporre ben 20 tracce che raccontano il lato intimo dell’artista catanese, tra paternità e amicizie, perdite e inquietudini. Racconti personali che porterà anche nei grandi teatri italiani ed europei, insieme ai più grandi successi della sua carriera, con nuovi arrangiamenti e l’accompagnamento di grandi musicisti, sul palco con lui.
A Catania l’artista farà tappa il prossimo 21 maggio al Teatro Metropolitan, mentre il 25 luglio è previsto un concerto nell’Area Archeologica di Morgantina, ad Aidone (Enna). Per vederlo al Teatro Golden di Palermo, bisognerà aspettare il 24 novembre.

L’intervista a Mario Biondi
Finalmente un album di inediti completamente in italiano, dopo vent’anni di carriera in cui l’inglese è stato spesso protagonista. Come nasce questa scelta?
Avevo queste canzoni nel cassetto da tanto tempo e, dopo un po’, è come se mi chiedessero di uscire. Anche loro vogliono essere sentite, ascoltate. Penso che anche chi mi segue possa apprezzarle. È naturale che scriva in italiano, anche perché parlando nella mia lingua madre posso esprimermi meglio, in un certo senso.
In passato ha cantato anche in dialetto (“Tu malatia“, scritta dal padre, è contenuta in “Romantic” del 2022), ha mai pensato di scrivere in siciliano?
È una lingua che amo e che parlo, è la mia lingua nonna. Ci ho pensato, ma non l’ho ancora fatto.
Quanto c’è di suo padre nel suo modo di fare musica?
Moltissimo. È anche grazie a lui se sono qui, mi esortava a non mollare. Mio padre è colui che ha sempre creduto in me.
La prima parte del tour italiano che celebra i vent’anni di carriera si concluderà a Catania, con un ritorno a casa.
Cerco sempre di includere Catania nei miei tour, torno spesso. Questa volta sarà ancora di più una festa, perché coincide con l’anniversario. Sul palco con me ci saranno grandi artisti, come i fratelli Cutello, anche loro siciliani, che sono dei giovani musicisti davvero eccezionali; nonché il maestro Antonio Faraò, che è tra i più importanti pianisti jazz italiani di livello internazionale, Massimo Greco, Ameen Saleem, Devid Florio, David Haynes, Nicolas Viccaro e Francesca Remigi. Sono in buona compagnia, insomma.

Come è cambiato, in questi anni, il suo approccio al fare musica?
Diciamo che è cambiato il modo in cui parlo a me stesso, sono meno autocritico. O meglio, mi critico ma so anche perdonarmi. Sono più maturo. Il bilancio di questi primi vent’anni di carriera è più che positivo, ho avuto grandi sfide e grandi gioie.
C’è una canzone in questo nuovo album a cui è più legato?
Un po’ tutte raccontano di me e del mio vissuto, anche profondamente. Questo è un momento molto importante della mia vita e del mio sviluppo artistico. Credo che tutto il progetto sia come una sorta di prisma, raccoglie tante sfaccettature della stessa pietra. Ogni traccia rappresenta un aspetto della mia personalità. “Ciao dottore”, ad esempio, è un tributo a una categoria che ha un ruolo fondamentale nella vita di tutti, ma è anche una dedica personale ad un mio amico medico che è venuto a mancare durante il Covid.
C’è anche un brano su Mario Biondi papà.
Il brano “Il figlio” racconta un po’ il mio lato paterno, sottolineando che i bambini non devono diventare un oggetto di contesa tra i genitori. Io ho dieci figli. Nelle separazioni a volte ci sono delle difficoltà, ma la lotta non deve essere mai rivolta verso il figlio. Dobbiamo garantire loro l’affetto, la libertà, la possibilità di fare il massimo secondo la loro indole.
Anche i suoi figli sono appassionati di musica?
Sì, la amano e l’hanno studiata. Io ho sempre cercato di indirizzarli all’amore per la musica, perché credo che insegni l’armonia, con se stessi e con gli altri.

Cosa ha trasmesso loro della Sicilia?
Li ho sempre resi partecipi delle mie radici, parlandogli anche in dialetto affinché lo capissero. Hanno tutti visitato la Sicilia sin da piccoli. La nostra, poi, è una terra che, non appena la si vive, ci si innamora. Ormai alcuni sono grandi e tornano anche autonomamente. Non solo a Catania, sono stati a Favignana e altri posti bellissimi in vacanza.
Dopo tanti anni in giro per il mondo, come si è evoluto il suo rapporto con la Sicilia? C’è qualcosa che le manca?
Mi manca, ma devo dire non tanto. Ho la convinzione e la sensazione di portarla sempre con me. A volte, chiamo i miei amici siciliani solo per farmi una chiacchierata in dialetto, ma lo parlo anche quando sono da solo, così da sentirmi a casa. Quello con la mia terra, è un legame indissolubile. Noi siciliani non ci separiamo mai davvero dalla nostra isola.














