Mariachiara Accardi
Mariachiara Accardi
Studentessa presso l’Università degli studi di Palermo. Curiosa, amante della scrittura e delle idee che smuovono. Mi appassionano l’attualità, la politica e l’arte, mondi diversi che intreccio con entusiasmo e spirito critico. Credo non si debba mai smettere di imparare, osservare e cercare.

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Dimartino: “Palermo è la mia musa ispiratrice, la amo e la odio. Col nuovo album torno alle origini”

Tra memoria e trasformazione, Dimartino torna da solista con L’improbabile piena dell’Oreto: un viaggio intimo e profondamente siciliano che attraversa Palermo, i ricordi e le fragilità del presente

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Tra le voci cantautorali più interessanti della scena indie-pop degli ultimi anni, capace di far coesistere scrittura poetica, ironia e musica senza perdere mai di vista la dimensione quotidiana della sua terra, la Sicilia. Dimartino, al secolo Antonio Di Martino, dopo un lungo percorso artistico insieme a Colapesce, torna sulla scena da solista con il nuovo progetto musicale L’improbabile piena dell’Oreto, e si racconta da protagonista della cover digitale di maggio 2026 di BE Sicily Mag.

Il nuovo lavoro arriva a sette anni da Afrodite, l’ultimo album da solista prima delle numerose collaborazioni. Già dal titolo emerge il forte legame con il capoluogo siciliano. Il Fiume Oreto, infatti, attraversa la città e simbolicamente appare come marginale e dimenticato. La “piena improbabile”, invece, riporta a galla ciò che resta sul fondo, emozioni, ricordi, cambiamenti. Il fiume diventa così un luogo di ricerca, in una dimensione più fragile ed essenziale.

Dimartino: “Palermo è la mia musa ispiratrice, la amo e la odio. Col nuovo album torno alle origini" - Be Sicily Mag - Dimartino cover

L’intervista a Dimartino

Per il nuovo album hai scelto un’immagine profondamente palermitana, quella del Fiume Oreto.

È un fiume che nasce pulito alla fonte e poi si va sporcando quando attraversa la città. Per me questo è il parallelismo tra la vita e l’essere umano. Si nasce puri e, vivendo nella società, ci si sporca, perché spesso la società inquina. Questo racchiude quindi l’essenza del disco, che parla di cambiamenti personali, stravolgimenti. È importante provare a risalire la corrente, ma anche cercare di andare verso il mare.

Questo disco dà l’impressione di essere più intimo rispetto ai precedenti. È stata una necessità personale?

Sì. Non è una presa di distanze dagli anni del mainstream, ma un modo per riprendere il filo con i miei primi dischi. Afrodite, uscito sette anni fa, nasceva dalle stesse esigenze di questo. Quelli insieme a Colapesce sono stati anni di arricchimento sia da un punto di vista artistico che umano. Ho sentito il bisogno di ritrovare la mia individualità.

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Nel singolo L’oro del fiume emerge un senso di ricerca a cui oggi sembra sottoposto l’uomo contemporaneo. Questo vale anche per te?

Assolutamente sì, c’è qualcosa di biografico. Le mie canzoni nascono sempre da un’esigenza di raccontare qualcosa di personale per arrivare a parlare di qualcosa di universale, che possa coinvolgere qualcun altro oltre me. Anche a me è capitato di inseguire l’obiettivo senza godermi il viaggio per raggiungerlo.

Palermo nei tuoi lavori non è quasi mai una cartolina, è stratificata.

Nutro nei confronti di Palermo amore e odio, penso come tutti i palermitani. La nostra è una città piena di contraddizioni, ci spinge ad andarcene ma anche a tornare. È quello che è capitato a me. Sono andato a vivere a Milano per un po’, ma la stessa forza motrice che mi ha fatto andare via mi ha fatto tornare. Rimane il fatto che per me questa città è sempre una fonte inesauribile di storie e ispirazione.

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C’è un posto della città in cui senti l’esigenza di tornare spesso?

Mi sono ritrasferito un anno fa a Palermo e quel posto di cui parli è la piazza del mio paese, Misilmeri. Quando ci torno e vedo qualcosa di diverso, rifletto sul passare del tempo. È un catalizzatore di emozioni, perché ci ho passato parte dell’adolescenza e fa da sfondo a tanti miei ricordi.

Quando hai sentito di aver finalmente trovato il tuo linguaggio musicale?

Non c’è un momento preciso, l’ho conquistato disco dopo disco. Dal 2010, quando è uscito il primo, Cara maestra abbiamo perso, ho gettato le basi per dire quello che sto dicendo ora. I miei dischi li vedo come tante fotografie parallele alla mia vita.

Hai un rapporto istintivo o più razionale con la scrittura?

Molto istintivo. I miei dischi hanno una gestazione lunga. Ci possono essere delle strofe che ho scritto dieci anni fa e dei ritornelli che ho scritto il giorno prima di andare in studio. Sento che la canzone è pronta solo quando esce, perché non posso modificarla più. Fino a poco prima ho sempre il dubbio di aver sbagliato qualcosa. In questo disco però mi pento di poche cose, sia da un punto di vista sonoro che testuale.

Che ruolo ha il cinema nel tuo processo creativo?

L’idea che un’immagine filmica possa diventare una frase di una canzone mi piace. A 18 anni ho visto il film Gatto nero, gatto bianco e c’era questo personaggio che ballava con una sedia. Mi sembrava un’immagine di una tale solitudine. Allora ho scritto questa canzone che inizia così: “Ballo con una sedia perché non ho altri con cui ballare”. Quello è stato il momento in cui ho capito che il cinema poteva avere un ruolo fondamentale nella scrittura delle canzoni.

Ti sei sempre visto come un cantautore?

La mia prima band l’ho formata quando avevo 12 anni e ci chiamavamo “Fratelli Minori”, perché i nostri fratelli maggiori suonavano tutti. Non ho ricordi di altre ambizioni, ho sempre pensato che avrei voluto fare questo. Probabilmente per una voglia di emanciparmi dal mio stesso paese, dalla voglia di fare sentire la mia voce. Sento che l’urgenza di farlo è rimasta immutata.

Qual è la tua personale improbabile piena?

Quando ho scritto questo titolo pensavo che, per me, l’improbabile piena fosse quella emotiva, cioè la piena di emozioni. La domanda che mi sono posto è: “C’è ancora spazio per emozionarsi, per provare delle sensazioni nuove, tipo innamorarsi o trovare la pace con se stessi? C’è ancora questa possibilità di provare questa piena emotiva? Oppure è una piena relegata a un’età che non torna più e quindi ci inaridiamo soltanto andando avanti?”. Questa è la mia idea di piena improbabile.

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