C’è una Sicilia lontana dalle cartoline e dagli stereotipi in Gioia mia, il film d’esordio della regista palermitana Margherita Spampinato. Un’opera delicata e intensa che utilizza il racconto di un’estate per parlare di famiglia, memoria, fede, solitudine e cambiamento. Il film ha conquistato il plauso di critica e pubblico, vincendo due David di Donatello, uno per l’esordio alla regia e l’altro per la magistrale interpretazione della protagonista Aurora Quattrocchi, accompagnata dal giovane e bravissimo Marco Fiore.
Al centro della storia c’è Nico, un ragazzino cresciuto in un mondo iperconnesso che si trova costretto a trascorrere l’estate in Sicilia dalla zia Gela, una anziana donna ben distante dalla realtà dei social, di internet e dei videogiochi. Zia Gela vive da sola in un antico palazzo siciliano dove non esistono “comodità moderne”, vivendo di rituali religiosi, superstizioni, silenzi e diffidenza verso il “nuovo”. Lo scontro tra i due appare inevitabile: da una parte la velocità del presente, dall’altra la lentezza di un mondo sospeso nel tempo, uno scontro generazionale tra due mondi incapaci di capirsi e di parlarsi.
Nico si troverà a scoprire e capire il mondo di Gela e l’anziana signora saprà stabilire un legame col ragazzino, superando a sua volta la distanza dal giovane: il bambino scoprirà un modo diverso di vivere il tempo e le relazioni; Gela invece riuscirà lentamente ad aprirsi e a fare i conti con il proprio passato.
Tra case antiche e relazioni umane
La Sicilia è lo sfondo e il panorama del film, così presente e imponente da diventare il terzo protagonista della pellicola: palazzi antichi, le credenze popolari, cortili in cui le voci si moltiplicano e si vive in comunità. Gioia Mia racconta questo mondo con uno sguardo poetico e realistico insieme, lontano dalle rappresentazioni folkloristiche.
Margherita Spampinato costruisce una Sicilia contemporanea ma profondamente legata alla memoria, molti elementi del film nascono infatti dai suoi ricordi personali e dalle estati trascorse nell’Isola durante l’infanzia.
Anche il titolo del film richiama una tradizione linguistica e affettiva tipicamente siciliana. “Gioia mia” è infatti un’espressione molto usata nell’Isola per rivolgersi con affetto a figli, nipoti, amici o persone care, un modo semplice e profondo di esprimere vicinanza emotiva.

Il successo del debutto di Margherita Spampinato
Con Gioia mia, Margherita Spampinato si è affermata come una delle nuove registe più interessanti del cinema italiano contemporaneo. Il film è stato presentato al Locarno Film Festival nella sezione Cineasti del Presente, ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui il Premio speciale della giuria e il Pardo per la migliore interpretazione femminile assegnato ad Aurora Quattrocchi.
La critica ha sottolineato soprattutto la capacità della regista di osservare il mondo dell’infanzia con delicatezza, richiamando il grande cinema italiano dedicato alla crescita e alle relazioni familiari. La fotografia, fatta di luci soffuse e ambienti sospesi, contribuisce a creare un racconto malinconico e pieno di tenerezza.




















