Alessandro D’Avenia è scrittore, professore di lettere, sceneggiatore ed editorialista, ma le etichette non lo rappresentano. Gli piace infatti definirsi un ricercatore di bellezza. “Non direi che mi divido tra tanti ruoli diversi, ma che mi con-divido, perché dividere esaurisce, condividere moltiplica. Credo succeda a tutte le persone che vivono la loro vocazione, come il meraviglioso ciliegio della casa in campagna in Sicilia dove ho passato tante estati. Quel ciliegio, nel fare tanti frutti, faceva se stesso”, dice.
Dal romanzo d’esordio “Bianca come il latte, rossa come il sangue” al libro “Resisti cuore”, passando per la rubrica “Ultimo banco” sul Corriere della Sera e le lezioni quotidiane al liceo di Milano in cui insegna, da anni le sue parole arrivano al cuore dei giovani (e non solo) come scintille capaci di diventare fuoco. Anche su temi importanti, come la guerra. Oggi Alessandro D’Avenia compie 49 anni e la Sicilia, sua terra di origine, non può che celebrarlo.
Alessandro D’Avenia: l’intervista a BE Sicily Mag
Alessandro D’Avenia è stato tra i protagonisti dell’edizione di Settembre 2025 di BE Sicily Mag. In quella occasione, alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico, aveva parlato dell’importanza di stare vicini ai giovani, ascoltando i loro vuoti. “Mi piace che la scuola cominci a settembre, perché ci ricorda che c’è anche un inizio circolare, cioè il tempo naturale, quello che consente a un albero di fiorire e dare frutto nel ripetersi delle stagioni. In particolare, il tempo della calma, del silenzio, della preparazione del nuovo. Ma i ragazzi non sanno che frutto possono portare, perché nessuno li ha aiutati a scoprire che seme sono, che terreno hanno, che radici approfondire, come cercare la luce. La scuola non è fatta di mura. Scuola è ogni luogo e tempo in cui incontriamo ciò che non muore nel mondo e nella storia. E questo può accadere anche nello sport, nella politica, nella religione, nella musica. Il mio concetto di scuola è etimologico”, aveva spiegato.
A proposito di insegnamento, inoltre, aveva detto la sua su come si può trasmettere ai più giovani il concetto di rispetto, che a volte spesso manca. “Curando una pianta. Dal seme al frutto. Lo darei come compito sin dall’elementari da portare avanti di classe in classe. I bambini queste cose le capiscono subito, con il corpo. Tutto è fragile nella vita, perché tutto chiede custodia e compimento, si tratta di tornare a toccare la vita da vicino, cosa che non facciamo”.
A questo si lega anche il tema della pace, un bene da preservare. “La guerra non è là fuori, ma è nel cuore. Il famoso comandamento dell’amare l’altro come se stessi è la vera atomica, perché significa che se io non mi amo io non posso amare. Ma che vuol dire amare se stessi? Vuol dire riconoscere che non mi sono dato la vita da solo, che non ne sono padrone ma custode e ho il compito di svilupparla, e questo sarà anche un dono per gli altri. Mi viene subito in mente don Pino Puglisi, che è stato ammazzato quando era professore di religione della mia scuola perché mostrava a bambini e adolescenti di Brancaccio, a Palermo, la bellezza di fiorire. Gli ho dedicato il romanzo a cui sono più legato: Ciò che inferno non è”.

Il legame con la Sicilia
Nell’intervista, Alessandro D’Avenia ha parlato anche del suo intenso rapporto con la Sicilia. “Andando via ho cominciato a vedere i limiti della mia terra, e per questo l’ho amata ancora di più, perché l’amore vero è quello che permette a chi si deve aggiustare di farlo perché si sente amato lo stesso. Quindi la amo ancora di più e cerco di darle quello che posso. Sono diventato cittadino onorario del paesino dove è nata mia madre, Polizzi Generosa. Ci siamo voluti sposare lì, mia moglie (Alice, ndr) che è nordica se n’è innamorata e ha voluto così, ed è stato indimenticabile”.
Purtroppo, però, ci sono ancora delle differenze notevoli tra Nord e Sud. “Posso dirlo sulla mia pelle. Da 0 a 18 anni a Palermo. Da 18 a 29 a Roma. Da 29 a 48, cioè oggi, a Milano. Era già chiaro negli anni ’90. A Nord si è stati capaci di organizzare il lavoro in modo più efficace e diffuso, e le persone vanno dove credono di poter avere una vita degna. Al Sud paghiamo una mentalità in cui ciò che è pubblico è di nessuno, eppure abbiamo risorse infinite di bellezza, materie prime e umanità. Noi siamo sei figli, e cinque di noi hanno lasciato la Sicilia, dove torniamo per le vacanze, ma vorremmo magari starci, non solo tornarci. Per il futuro mi auguro di continuare a venire in Sicilia tutte le volte che posso. Chissà, un giorno, per rimanerci…”.

















