ultimi articoli

Pubblicità: italtekno.com

Contro la mafia, con la penna: le storie di chi ha fatto della libertà di stampa una scelta di vita

Da Cosimo Cristina a Lirio Abbate, le storie di quattro giornalisti siciliani simbolo di lotta alla mafia e della difesa della libertà di stampa

spot_imgspot_img
- Advertisement -
Pubblicità: gabetti.it

L’articolo 21 della Costituzione italiana sancisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Un principio fondamentale – ribadito anche dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 – che trova una sua celebrazione il 3 maggio, in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sottolinearne il valore e ricordare ai governi il dovere di tutelare la libertà di espressione.

Eppure, non sempre – in particolare in Sicilia – è stato possibile esercitare questo diritto senza conseguenze. Raccontare la verità, indagare sui rapporti tra mafia, politica e affari, ha significato soprattutto in passato esporsi a minacce, intimidazioni e, nei casi più estremi, alla morte. È per questo motivo che l’Isola non può non omaggiare, in questa ricorrenza, quei giornalisti definiti “scomodi”, che, parlando di Cosa Nostra, hanno lottato per garantire un’informazione libera, trasparente e indipendente, al costo della loro stessa vita.

I giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia

La mafia in Sicilia ha cercato a lungo di ostacolare la libertà di stampa. Le sue vittime includono Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Giuseppe Alfano. Ricordiamo i percorsi e l’impegno di alcuni di loro in questo articolo.

Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso dalla mafia

Cosimo Cristina nasce a Termini Imerese, l’11 agosto del 1935. Spinto fin da giovane da una grande curiosità, nel 1955 – a soli vent’anni – inizia la sua carriera da giornalista. Ama profondamente la sua professione e, nel giro di pochi anni, assieme all’amico e collega Giovanni Cappuzzo, fonda e dirige il periodico “Prospettive Siciliane”. Data la sua bravura e professionalità, dal 1959, inizia anche a collaborare come corrispondente per “L’Ora” di Palermo e per l’agenzia ANSA. Tra le altre collaborazioni si annoverano “Il Giorno” di Milano, “Il Messaggero” di Roma, “Il Gazzettino” di Venezia e il “Corriere della Sera”.

Contro la mafia, con la penna: le storie di chi ha fatto della libertà di stampa una scelta di vita - Be Sicily Mag - image 7

Con il suo settimanale punta, oltre che sull’attualità, sulla cronaca nera e giudiziaria e sul fenomeno mafioso e le sue ramificazioni nei territori di Termini Imerese e della vicina Caccamo. Da subito, infatti, la testata comincia a pubblicare denunce, inchieste, scavando dietro la realtà, indagando su omicidi di mafia facendo nomi e cognomi di boss.

Adv
Pubblicità: extemporaservizi.com

Tra le tante inchieste a cui Cosimo si dedica, c’è quella riguardante l’uccisione del sacerdote Pasquale Culotta, avvenuta a Cefalù nel 1955 e del processo dell’omicidio di Carmelo Giallombardo, il cui cadavere fu trovato mutilato lungo la strada ferrata Palermo-Messina. Particolare interesse suscitano in Cosimo tutta una serie di estorsioni e di attentati, avvenuti a Mazzarino alla fine degli anni ‘50, culminati con l’omicidio del cavaliere Angelo Cannada, il 5 maggio 1959, e con il tentato omicidio del vigile urbano, Giovanni Stuppìa.

Le minacce e le intimidazioni arrivate non fermano lo spirito di giustizia di Cosimo, almeno fino alla mattina del 3 maggio 1960, occasione in cui sarà visto per l’ultima volta dalla sua famiglia. Il giorno prima aveva detto ai suoi cari che sarebbe uscita una notizia bomba sul giornale “L’Ora” di Palermo. Il suo corpo sarà ritrovato alle 15:35 del 5 maggio: disteso al centro dei binari, a pancia in su e con la testa che sfiora la rotaia, nei pressi della galleria Fossola, vicino Termini Imerese.

Dopo molti anni di silenzio su questo caso, in tanti di recente hanno cominciato a occuparsene e a ricordare la vita e l’impegno di Cosimo, continuando a chiedere giustizia per il suo omicidio. Il 5 maggio 2010, per il cinquantesimo anniversario della morte di Cosimo, la rivista “Espero” insieme al Comune di Termini Imerese e all’Ordine dei Giornalisti di Sicilia decidono di mettere una lapide nel luogo in cui venne trovato il suo corpo. È in produzione un film diretto da Rosario Petix dedicato alla sua vita.

Leggi anche:  “L’Insabbiato”: al via le riprese del film sul caso Cosimo Cristina

Peppino Impastato e Radio Aut

Peppino Impastato rappresenta una delle figure più emblematiche della lotta antimafia e della libertà di espressione in Sicilia. Nato a Cinisi nel 1948 in una famiglia legata agli ambienti mafiosi, fin da giovane avvia un’attività politico-culturale di sinistra e antimafia. Nel 1965 fonda il giornalino “L’idea socialista” e aderisce – nel ruolo di dirigente – alle attività delle nuove formazioni comuniste, come “Il manifesto” e, in particolare, “Lotta Continua”.

Ma è solo nel 1977, con la creazione di Radio Aut radio libera autofinanziata – con cui denunciò i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo di Gaetano Badalamenti -, che Peppino comincia a diventare elemento di fastidio per la malavita. Ma, nonostante le minacce e le continue pressioni della comunità locale, nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma non verrà mai a sapere l’esito delle votazioni perché viene assassinato a campagna elettorale ancora in corso.

La notte del 9 maggio, su commissione di Badalamenti, viene rapito, colpito a morte o tramortito con un grosso sasso e tentando di far apparire la sua morte come dovuta a un attentato fallito o a un suicidio, per distruggerne anche l’immagine, viene fatta esplodere una carica di tritolo sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani. 

La matrice mafiosa del delitto venne individuata grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che fin da subito non credettero alle ipotesi secondo le quali Peppino aveva con sé dell’esplosivo e ne era rimasto vittima, ruppero pubblicamente con la parentela mafiosa e si adoperarono per la ricerca della verità al riguardo, nonché da Umberto Santino e dalla moglie Anna Puglisi, grazie anche ai compagni di militanza di Impastato e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, che fu fondato a Palermo nel 1977 e intitolato proprio a Giuseppe Impastato nel 1980. 

Anche alla memoria di Peppino Impastato sono state dedicate numerose iniziative. Una tra tutte è il film I cento passi, uscito nel 2000 con la regia di Marco Tullio Giordana, che racconta la vita, le lotte e il suo desiderio di cambiare la sua città, liberandola dalla mafia.

L’impegno di Giuseppe Fava

Giuseppe Enzo Domenico Fava è stato un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. Nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa nel 1925, dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Catania, nel 1952 diventa giornalista professionista. Inizia così a collaborare a varie testate regionali e nazionali, tra cui “Sport Sud”, “La Domenica del Corriere”, “Tuttosport” e “Tempo illustrato” di Milano. Nel 1956 venne assunto dall’“Espresso sera”, di cui fu caporedattore fino al 1980 sul quale scriveva di vari argomenti, dal cinema al calcio, ma i suoi lavori migliori furono una serie di interviste ad alcuni boss di Cosa nostra, tra cui Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. Sono anni in cui alla sua attività di giornalista affianca quella di autore teatrale e conduttore radiofonico.

Nel 1980 gli venne affidata la direzione del “Giornale del Sud”, a cui dà una nuova connotazione. L’11 ottobre 1981 pubblica infatti Lo spirito di un giornale, un articolo in cui chiariva le linee guida che faceva seguire alla sua redazione: basarsi sulla verità per difendere la libertà. A quel periodo risalgono le denunce delle attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. Per un anno il “Giornale del Sud” continua senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava viene segnato da tre avvenimenti: la sua avversione all’installazione di una base missilistica a Comiso, la sua presa di posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito e l’arrivo di una nuova cordata di imprenditori al giornale. Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista, che hanno come conseguenza il licenziamento di Fava.

Contro la mafia, con la penna: le storie di chi ha fatto della libertà di stampa una scelta di vita - Be Sicily Mag - image 5

Rimasto senza lavoro, Fava fonda una cooperativa, Radar, per poter finanziare un nuovo progetto editoriale. Praticamente senza mezzi operativi ma con molte idee, il gruppo riesce a pubblicare il primo numero della rivista nel novembre 1982. La nuova rivista, con cadenza mensile, si chiama “I Siciliani” e diventa subito una delle realtà decisive per il movimento antimafia.

Leggi anche:  Luigi Lo Cascio, dagli studi di medicina al cinema: “Per me l’attore era qualcosa di irraggiungibile”

Le sue inchieste diventano un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di ordinaria delinquenza. Probabilmente l’articolo più importante è il primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa. Si tratta di un’inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona.

Il 28 dicembre 1983 Fava rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Film Story, sette giorni prima del suo assassinio. Era il 5 gennaio 1984 quando venne ucciso con cinque colpi di proiettile mentre si trovava a bordo della sua automobile. Inizialmente, l’omicidio fu etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa sia dalla polizia. Anche le istituzioni diedero peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica con la presenza delle cariche cittadine. Successivamente, l’evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra la mafia e i cavalieri del lavoro catanesi venne rivalutata dalla magistratura.

L’omicidio di Giuseppe Fava non fermò I Siciliani. Il giorno dopo la sua morte la redazione riaprì come se nulla fosse successo. Anzi, la sua morte servì a trovare nuovi collaboratori. Per tre anni la rivista portò avanti la sua campagna antimafia, malgrado le crescenti difficoltà, e contribuì ad animare varie manifestazioni a cui partecipavano persone di qualsiasi schieramento politico. L’eredità del giornalista è stata portata avanti anche dalla Fondazione Fava.

Lirio Abbate, la libertà di stampa oggi

Tra i giornalisti siciliani profondamente impegnati nella difesa della libertà di stampa oggi c’è Lirio Abbate, che rappresenta la continuità di quella tradizione di giornalismo d’inchiesta nata anche grazie a figure come Cristina, Impastato e Fava. Inizia la sua attività nel 1990 collaborando con il “Giornale di Sicilia” da Termini Imerese, occupandosi di cronaca nera e giudiziaria. Dopo essere diventato giornalista professionista nel 1998, entra nella redazione palermitana dell’“ANSA”, dove si specializza in cronaca giudiziaria fino a ricoprire il ruolo di capo servizio aggiunto. Parallelamente è corrispondente per “La Stampa” dalla Sicilia fino al 2008. Nel tempo il suo lavoro evolve verso il giornalismo investigativo, entrando nella redazione de “L’Espresso”, dove firma inchieste di rilievo nazionale su mafia, corruzione e intrecci tra politica e criminalità organizzata.

L’11 aprile 2006 è l’unico giornalista al seguito degli investigatori durante l’arresto del boss Bernardo Provenzano. La sua attività lo espone a gravi rischi: nel 2007 viene sventato un attentato sotto la sua abitazione e, nello stesso anno, riceve minacce dirette dal boss Leoluca Bagarella durante un’udienza processuale. A seguito di questi episodi viene trasferito a Roma sotto protezione. Nel 2012, con un’inchiesta pubblicata su L’Espresso, anticipa di fatto quello che diventerà il caso “Mafia Capitale”, rivelando i sistemi di potere legati a Massimo Carminati. Le sue indagini contribuiscono a delineare un quadro complesso di relazioni tra criminalità, politica e affari.

Contro la mafia, con la penna: le storie di chi ha fatto della libertà di stampa una scelta di vita - Be Sicily Mag - image 4

Nel corso della sua carriera ha raccontato anche la ’ndrangheta, le dinamiche della violenza di genere in contesti mafiosi e numerosi casi di corruzione. È autore di libri, documentari e programmi radiofonici, collaborando anche con la Rai e altre emittenti.

Il suo impegno è stato riconosciuto a livello internazionale: nel 2014 è stato inserito da Reporter senza frontiere tra i “100 eroi dell’informazione”, mentre nel 2015 ha ricevuto l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

A differenza dei giornalisti che lo hanno preceduto, complice un contesto storico mutato e una mafia che ha cambiato veste, Abbate è riuscito a continuare il proprio lavoro nonostante le minacce, diventando simbolo di un giornalismo che, ancora oggi, sfida il potere criminale e difende il diritto all’informazione.

Adv
Pubblicità: pasticceriamatranga.com
Condividi questo articolo sui tuoi social...
Pubblicità: stellantisandyou.com
Pubblicità: riflessi.it
Pubblicità: stellantisandyou.com

ULTIMI ARTICOLI

Pubblicità: extemporaservizi.com

consigliato da be

BE Sicily Mag Settembre 2026: l’editoriale di Licia Raimondi

BE Sicily Mag Settembre 2026 è arrivato in edicola.C’è un colore che attraversa questo numero. Non lo avevamo deciso, non avevamo costruito le nostre...
Pubblicità: gabetti.it

non perderti

Pubblicità: italtekno.com
Pubblicità: bancadonrizzo.it
spot_img
spot_imgspot_img