In un clima d’agitazione come quello che si è respirato a Palermo nelle ultime settimane, con le intimidazioni ai danni degli esercenti commerciali di Sferracavallo, Barcarello e Tommaso Natale, ricordare le vittime di mafia appare ancora di più un dovere. E farlo attraverso chi ha messo a rischio la propria vita in passato, può essere una chiave per comprendere il presente. A parlare della sua esperienza diretta nel combattere la mafia, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, è l’ex Sovrintendente Capo Coordinatore della Polizia di Stato e agente della scorta di Giovanni Falcone, Francesco Mongiovì. In un’intervista esclusiva a BE Sicily Mag, ha ricordato il periodo trascorso al fianco del giudice durante gli anni più drammatici della storia siciliana.
Francesco Mongiovì e l’impegno contro la mafia
È una storia di lotta a Cosa Nostra quella che lega Francesco Mongiovì alla città di Palermo. Prima agente della scorta del giudice Falcone, poi componente della storica sezione “Catturandi” della Squadra Mobile di Palermo, è stato uno dei protagonisti degli anni segnati da omicidi e stragi, in cui lo Stato era chiamato a comprendere quale strategia adottare per contrastare il fenomeno mafioso. “Io dico sempre che ho vissuto con la paura di morire ogni giorno per due anni e mezzo, perché ogni giorno poteva essere l’ultimo. Sapevamo tutti che sarebbe successo, ma non sapevamo né come né quando. È successo il 23 maggio, per mia fortuna, perché non c’ero, ma sarebbe potuto succedere anche in un momento in cui ero presente su quelle macchine”. Come racconta nel suo libro, edito da Oligo, Uomo di Stato. La mia vita in Polizia, dalla scorta a Falcone agli arresti di Brusca e Provenzano, si tratta di un’esperienza che, tuttavia, rifarebbe “altre cento volte“. Un percorso che gli ha permesso di conoscere da vicino uno dei protagonisti assoluti della lotta alla mafia, il giudice Giovanni Falcone.
Il ricordo del giudice Falcone
Di Giovanni Falcone, Mongiovì conserva il ricordo di una persona straordinaria, non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. I componenti della scorta “Quarto Savona 15” riuscivano a cogliere soprattutto nei momenti più semplici il lato leggero del magistrato. “Fuori dagli uffici era una persona splendida, così come lo era in servizio. La mattina, quando alle sette e mezza lo portavamo in piscina, riusciva ad essere molto spontaneo. In quel momento scherzava con noi, anche se per il resto dovevamo mantenere sempre la massima professionalità per garantire la sua sicurezza. Lo ricordo sempre con quel suo sorriso misto a preoccupazione. Anche loro avevano paura, come noi. Erano mossi da quella speranza di tornare ogni sera vivi a casa”.
Anche Palermo, in quegli anni, era una città attraversata contemporaneamente dalla paura e dalla consapevolezza, perché la società civile iniziava lentamente ad alzare la testa davanti alla prepotenza mafiosa. Dopo le stragi del 1992, Mongiovì venne assegnato alla Catturandi di Palermo, il reparto specializzato nella ricerca dei latitanti mafiosi. “Quando sono arrivato ho trovato un gruppo molto professionale che mi ha insegnato tanto dell’investigativa. È un lavoro complicato, è molto difficile riuscire a catturare mafiosi del calibro di Brusca, Provenzano e Riina. La mia soddisfazione è stata proprio quella di poter partecipare alla cattura di Brusca il 20 maggio del 1996. Brusca è stato infatti l’uomo che il 23 maggio schiacciò il pulsante dell’esplosione sulla A19”.
Francesco Mongiovì e l’importanza delle commemorazioni oggi
Nonostante il lavoro costante portato avanti negli ultimi quarant’anni da uomini come Francesco Mongiovì, la mafia continua a mutare e a trovare vie di sopravvivenza. Ne sono un esempio gli episodi avvenuti nelle ultime settimane davanti alle saracinesche di ristoranti, bar e pizzerie delle borgate marinare palermitane, dove sono state piazzate bottiglie piene di benzina come messaggio intimidatorio riconducibile al racket del pizzo. Secondo diversi osservatori si tratterebbe di “nuove mafie”, più violente e meno controllabili rispetto al passato. “Il fenomeno mafioso è cambiato tanto nel tempo, perché oggi abbiamo una mafia diversa, molto silente. Una mafia ben inserita nel nostro tessuto sociale, quindi ancora più pericolosa e più difficile da combattere”, ha spiegato l’ex agente.
Un antidoto continua però a essere rappresentato da quei momenti in cui migliaia di persone si uniscono collettivamente per dire no alla mafia. Perché, oltre alle piccole azioni quotidiane fatte di legalità e rifiuto della mentalità mafiosa, anche le commemorazioni contribuiscono a rafforzare la memoria collettiva. “Le commemorazioni sono importanti, non c’è ombra di dubbio. Io personalmente però non frequento mai il giorno stabilito per la commemorazione, perché sia il giudice che i miei colleghi li ricordo e li porto con me giornalmente. Il 23 maggio può essere ogni giorno, non per forza quel giorno lì”, ha concluso Mongiovì.

















