Che i siciliani per anni si siano spostati in America in cerca di una vita migliore non è una novità, ma ci sono delle tratte ancora poco inesplorate nella storia. Uno studio dell’Università di Padova ha approfondito il Sicilians Dreaming Louisiana, ovvero il percorso che nell’Ottocento ha portato centinaia di persone in quella che poteva essere facilmente definita una Little Italy al pari di New York e San Francisco. Il riferimento è a New Orleans. La ricerca si focalizza sulla condizione di vita precaria, emarginante e legata a logiche di violenza e sfruttamento che alcuni abitanti dell’Isola hanno dovuto affrontare dopo avere trovato non ricche città industrializzate come speravano, ma spesso solo piantagioni di zucchero da coltivare in condizioni disumane.
Il progetto SAIL: la ricerca sulla diaspora siciliana
Il progetto di ricerca SAIL (Sicilians Dreaming Louisiana) è stato sviluppato dalla dott.ssa Alice Gussoni sotto la supervisione del prof. Stefano Luconi presso l’Università di Padova. Lo studio ha fatto luce su un capitolo di storia che ci appartiene e che resta profondamente doloroso, ma che in pochi conoscono.
È emerso che, accanto alle rotte più conosciute verso Ellis Island e l’Argentina, molti italiani si dirigevano anche verso il Sud America, in particolare nelle aree delle piantagioni. L’indagine si concentra soprattutto sulle partenze verso New Orleans tra il 1865 e il 1901, dove i braccianti venivano sottoposti a condizioni di lavoro estremamente dure e dove si sviluppò un sistema di sfruttamento assimilabile al caporalato, gestito da uomini di potere che controllavano la vita dei lavoratori.
A giocare un ruolo determinante nella storia degli emigrati siciliani fu l’abolizione della schiavitù, successiva alla Guerra civile americana, che ebbe un forte impatto sul settore agricolo. Venuta meno la forza lavoro afroamericana, le piantagioni di canna da zucchero in Louisiana si trovarono a dover cercare nuovi lavoratori. In questo contesto, i contadini siciliani – già abituati a climi caldi e a lavori agricoli duri – diventarono una manodopera facilmente reclutabile.
I porti di partenza erano soprattutto Ustica, Corleone, Contessa Entellina e Cefalù. In Lousiana, tra il 1880 e il 1898, arrivavano così in media circa 2.000 italiani all’anno. Molti di loro erano siciliani.
Sfruttamento, discriminazione e violenze
Il lavoro a cui i siciliani venivano sottoposti era durissimo, senza riposo: terminati i mesi della raccolta, iniziavano quelli della vendita del prodotto, senza alcuna tutela reale. Come gli afroamericani, anche i siciliani non erano ben visti dall’élite bianca americana, che considerava queste presenze solo temporanee e funzionali alla stagionalità agricola.
Questo clima di superiorità era accentuato dal cosiddetto “padrone system”, attraverso cui i capi fornivano il minimo indispensabile alla sopravvivenza, trattenendo la maggior parte dei guadagni degli immigrati. Una situazione che portò all’introduzione dell’Alien Contract Labor Law del 1885, pensata per contrastare tali pratiche.
Non mancarono episodi di violenza, come quello del 1891, quando undici italiani furono linciati con la presunta accusa di aver aggredito un membro della polizia.
Tra sfruttamento e riscatto: chi riuscì a emergere
Esisteva anche un vero e proprio “mercato della carne umana”, alimentato dagli stessi intermediari americani in Italia per attrarre manodopera. Nonostante ciò, qualcuno riuscì a emergere e a sottrarsi alla logica del pregiudizio e dello sfruttamento.
Tra questi, Salvatore Oteri, che riuscì a costruire una flotta navale stabile per le importazioni, successivamente ereditata dai fratelli Vaccaro, i quali nel 1924 contribuirono alla nascita della Standard Fruit Company, azienda destinata a diventare un colosso globale e oggi nota come Dole plc.
Un esempio di riscatto e resistenza che racconta come, anche dentro condizioni di forte marginalità, alcuni riuscirono comunque a costruire percorsi di successo contro ogni forma di discriminazione.





















