Sei in fila al panificio, hai davanti tre persone e dietro una signora che, in due minuti netti, ha già scoperto chi sei, dove vai e se tua zia fa ancora le conserve. Tu cerchi solo il pane, lei ha appena aperto un tavolo di negoziazione internazionale. Ecco il momento perfetto per il nostro proverbio: Cu avi lingua passa u mari — pronuncia: cu à-vi lìn-gua pàs-sa u mà-ri — cioè “chi ha lingua passa il mare”.
Il senso è semplice e potentissimo: chi sa parlare, chiedere, spiegarsi, arriva ovunque. Anche dove sembrava impossibile. In Sicilia lo sappiamo bene: chiedi un’indicazione e ricevi non solo la strada, ma pure una valutazione del traffico, un consiglio sul parcheggio e, se sei fortunato, il nome del cugino che abita lì vicino.
Questo proverbio è una carezza ai timidi: non vi vergognate a domandare. Chiedere aiuto non è una sconfitta, è un mezzo di trasporto. Serve al mercato, dal medico, in ufficio, alla fermata dell’autobus quando il cartello degli orari pare scritto da un poeta ermetico.
In italiano diciamo: “Chiedere è lecito, rispondere è cortesia”. Bello, educato, con la giacca stirata. La versione siciliana, invece, ha il vento in faccia: non si limita alla cortesia, ti promette addirittura la traversata.
E qui arriva la meraviglia: in un’isola circondata dal mare, passare il mare è la sfida per eccellenza. Ma la barca, stavolta, è la lingua.
Quindi, la prossima volta che esitate, fatevi coraggio e attaccate bottone: Cu avi lingua passa u mari, chi sa chiedere passa il mare.



















