Dite piano: pignata — pronuncia pi-gnà-ta — e sentirete già un borbottio di ceci, fave e lenticchie che discutono col tempo. La pignata non è una semplice pentola: è una pentola di terracotta per cuocere lentamente, cioè l’esatto contrario della nostra vita moderna, che pretende il ragù pronto prima ancora di aver tagliato la cipolla.
In Sicilia la pignata era quella cosa seria che stava sul fuoco con l’aria di chi sa il fatto suo. La nonna la guardava appena, le dava due colpetti col cucchiaio di legno e lei capiva. Altro che pentola a pressione: quella fischia, si agita, fa scenate. La pignata invece borbotta con dignità, come uno zio al pranzo di Natale.
Si diceva: A pignata bona — “la pentola giusta” — perché in cucina, come nella vita, non basta avere ingredienti buoni: serve il contenitore adatto. E quando arrivava l’ordine Metti a pignata — “Metti la pentola sul fuoco” — non era un consiglio: era l’inizio ufficiale della giornata gastronomica. Poi, certo, se qualcuno è un po’ panciuto e placido, chiamarlo pignata è tentazione forte. Ma con affetto, sempre con affetto.
La parola pare venga dal latino pinea, “pigna”, per quella forma tondeggiante e generosa. E qui arriva il punto: nella pignata di coccio i legumi tradizionali vengono diversi. Più morbidi, più profondi, più “casa”. Nella pentola moderna cuociono; nella pignata si raccontano.
Morale? La tecnologia corre, ma certi sapori camminano lenti. E allora, lettore caro: metti a pignata — metti la pentola sul fuoco — e non avere fretta.



















