Roberto Lagalla non ha ancora aperto ufficialmente la campagna elettorale, ma ieri, quasi senza dichiararlo, ne ha disegnato una parte importante della trama. In occasione di una conferenza stampa a Palazzo Palagonia ha parlato di Palermo, dei risultati della sua amministrazione, delle cose che ancora non funzionano, delle periferie, dei rifiuti, della cultura. E persino di quella tendenza alla lamentela che, secondo il sindaco, impedirebbe talvolta ai palermitani di accorgersi di quanto la città sia cambiata.
Poi è arrivata la frase che ha dato una chiave politica a tutto il resto: “Ho sempre detto di avere un’ampia disponibilità alla ricandidatura a sindaco di questa città, perché credo che in questa consiliatura si sia fatto tanto e molto debba essere completato”. È probabilmente “completato” la parola più importante pronunciata ieri. Perché contiene già il possibile argomento di una seconda candidatura: Palermo non è arrivata, Palermo è partita. E Lagalla sembra intenzionato a chiedere altri cinque anni proprio per portarla a destinazione.
Roberto Lagalla e il bilancio su Palermo
Nel lungo intervento a latere della conferenza stampa di presentazione dell’evento “L’acchianata delle Rosalie”, il sindaco ha raccontato una città che, nella sua lettura, sarebbe cambiata più velocemente della percezione dei suoi stessi abitanti. Per spiegarlo ha scelto un’immagine privata, quasi domestica. Palermo assomiglierebbe a un figlio che cresce sotto gli occhi dei genitori: proprio perché lo si vede ogni giorno, non ci si accorge delle trasformazioni. Lui, che è nonno, ha raccontato di notare la crescita dei nipoti proprio perché non riesce a vederli quotidianamente.
Con le città, ha sostenuto, accade qualcosa di simile. Chi torna a Palermo dopo sei, dieci o dodici anni si accorge di una città più vivace, con un’offerta culturale maggiore e un turismo cresciuto sensibilmente. Chi invece ci vive ogni giorno rischia di misurarla sulla buca sotto casa, sul marciapiede dissestato, sui rifiuti abbandonati all’angolo della strada. Sono due percezioni entrambe reali, ma difficili da conciliare. Ed è proprio su questa frattura che il ragionamento pronunciato dal sindaco ha assunto il carattere più politico.
I risultati dell’amministrazione Lagalla
Lagalla non si è limitato a rivendicare i risultati della sua amministrazione: ha chiesto anche di cambiare il modo in cui la città guarda a se stessa. La lamentela quotidiana, nella sua impostazione, rischia di diventare una lente deformante, capace di trasformare ogni problema nella prova che nulla sia cambiato. “Dovremmo essere capaci di guardare a ciò che sta cambiando”, ha detto.
E per sostenere questa affermazione ha messo in fila i numeri: da quando il bilancio è stato rimesso in ordine, ha spiegato, Palermo investe ogni anno tra i 70 e gli 80 milioni di euro di avanzo di amministrazione. Ha citato la crescita della tassa di soggiorno e il suo utilizzo per finanziare cultura, pulizia e servizi. Ha rivendicato i risultati del Teatro Massimo e del Teatro Biondo, non soltanto sul piano artistico ma anche su quello economico. Ha richiamato il Festino di Santa Rosalia, sempre più orientato verso una dimensione internazionale, e il progetto del nuovo stadio, con l’ambizione di riportare Palermo dentro il circuito dei grandi appuntamenti calcistici europei.
Non è soltanto un elenco di opere e iniziative. È il tentativo di spostare il criterio con cui si giudica un’amministrazione. Lagalla ha chiesto di non misurare Palermo esclusivamente attraverso ciò che ancora non funziona, ma anche attraverso la capacità di programmare, attrarre risorse e costruire una prospettiva.
La possibile ricandidatura di Lagalla
Il punto, però, è che questa prospettiva deve fare i conti con una città nella quale le emergenze quotidiane restano molto visibili. Il tema delle manutenzioni lo dimostra. Lagalla ha ricordato che per oltre dieci anni gli interventi sono stati insufficienti e ha sostenuto che sia impossibile recuperare tutto in una sola consiliatura, soprattutto in una città estesa e complessa come Palermo. È un’argomentazione comprensibile, ma anche una precisa richiesta di fiducia: il tempo trascorso non sarebbe bastato e il lavoro avrebbe bisogno di continuità. Per questo la ricandidatura è stata presentata come una conseguenza quasi naturale del percorso avviato. Lagalla ha parlato di una “logica di continuità” e ha definito “fisiologico e naturale” che questa possa essere assicurata, pur riconoscendo che una conferma politica dovrà essere “opportunamente ricercata, motivata e soprattutto giustificata”.
Ed è forse proprio quel “giustificata” l’altra parola da non perdere. Perché una seconda candidatura non può vivere soltanto del racconto di ciò che è stato avviato. Dovrà passare dalla capacità di dimostrare che i risultati rivendicati hanno cominciato a cambiare la vita della città, non soltanto i suoi indicatori. Nel racconto della Palermo che cambia, infatti, c’è anche la consapevolezza di una Palermo che non è ancora cambiata abbastanza.
Una Palermo dai due volti
Il sindaco ha parlato apertamente di “due città a due velocità”. Non due Palermo separate, ha precisato, ma due realtà che convivono e si intrecciano, talvolta nel modo peggiore. La frattura è quella delle disuguaglianze sociali e culturali. Ed è probabilmente questa la parte meno celebrativa, ma anche più interessante, del suo ragionamento. Finché Palermo non riuscirà a ridurre quelle asimmetrie, qualsiasi trasformazione resterà incompleta. Una città può crescere nel turismo, nella cultura e nella capacità di attrarre investimenti, ma se quella crescita non raggiunge le periferie rischia di produrre una modernizzazione visibile soltanto in alcune sue parti.
Da qui l’insistenza di Lagalla sulla rigenerazione delle periferie, i cui effetti, secondo il sindaco, dovrebbero cominciare a essere visibili già dalla fine di quest’anno e ancora di più negli anni successivi. Non soltanto interventi urbanistici e infrastrutturali, ma quella che ha definito una rigenerazione “umana”, sociale e culturale, fondata anche sul coinvolgimento delle famiglie e sulla responsabilizzazione dei cittadini.
Il riferimento ai cittadini non è secondario. Anzi, è uno dei punti più caratterizzanti del discorso pronunciato a Palazzo Palagonia. Il caso dei rifiuti lo ha reso evidente. Più di seimila contravvenzioni elevate durante il periodo estivo per abbandono illecito, secondo i dati forniti dal sindaco; un nucleo della polizia municipale dedicato ai controlli che sarà ulteriormente rafforzato; nuovi strumenti tecnici sperimentali che il Comune conta di mettere in campo tra ottobre e novembre. Ma più del numero delle multe pesa la frase con cui Lagalla ha accompagnato quei dati: “È ora di finirla di lamentarsi sempre e soltanto senza prendere in considerazione quelli che sono i doveri di tutti e di ciascuno di noi”.
La responsabilità di Palermo
Lagalla ha poi provato a ribaltare la prospettiva: il sindaco ha il dovere istituzionale di garantire pulizia e decoro, ma ogni cittadino, turista o visitatore ha quello di rispettare la città. È una richiesta di corresponsabilità che contiene una precisa idea di governo: Palermo non cambia soltanto attraverso cantieri, appalti e bilanci. Cambia anche se cambia il rapporto che i palermitani hanno con Palermo.
Il rischio, naturalmente, è che questa impostazione venga percepita come un modo per spostare sui cittadini una parte del peso delle inefficienze. Se una strada è sporca, la responsabilità di chi abbandona i rifiuti non cancella quella di chi deve garantire la pulizia. Ma è altrettanto vero che nessuna amministrazione può governare efficacemente una città contro i comportamenti quotidiani di chi la abita.
Palermo come Milano e Roma
Poi c’è forse la rivendicazione più ambiziosa di tutte. Lagalla ha sostenuto che Palermo può finalmente sedersi al tavolo delle grandi città metropolitane italiane senza presentarsi necessariamente come l’eccezione problematica del Paese. Milano, Torino, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Roma: città diverse, con caratteristiche e identità differenti, ma accomunate da problemi e sfide che, nella lettura del sindaco, Palermo oggi condivide in misura crescente.
Può essere una consolazione, ha ammesso lui stesso. Ma dietro questa affermazione c’è qualcosa di più: il tentativo di liberare Palermo da una rappresentazione che per decenni l’ha descritta come un caso a parte, una città irriducibile ai parametri ordinari, nella quale ogni problema finiva per assumere inevitabilmente una dimensione diversa. Il passaggio è importante perché riguarda anche l’immagine che Palermo ha di se stessa. Ma questa nuova immagine sarà credibile soltanto se riuscirà a includere anche chi oggi resta ai margini.
È qui che si giocherà probabilmente la parte più difficile della scommessa politica di Lagalla. Contare l’avanzo di amministrazione, le presenze turistiche o gli incassi della tassa di soggiorno è relativamente semplice. Molto più complesso è dimostrare che una città sia diventata meno diseguale. E proprio su questo terreno il bilancio politico dell’amministrazione dovrà confrontarsi con la percezione dei cittadini.
Palermo e le sue emergenze
Nelle stesse ore, la cronaca ha riportato il sindaco dentro una delle emergenze più dolorose di questi giorni: l’incendio al centro commerciale Conca d’Oro. Lagalla ha annunciato per oggi un incontro con la curatela amministrativa del centro, dopo essersi recato sul posto e avere incontrato lavoratori e famiglie, con l’obiettivo di garantire la continuità occupazionale e coinvolgere le competenti strutture regionali. Secondo il sindaco, la rapidità dell’intervento dei vigili del fuoco e il fatto che i danni più significativi siano rimasti circoscritti a una sola ala del complesso lascerebbero intravedere le condizioni per il ripristino delle attività.
È la città reale che irrompe nel racconto della città che cambia. Con le sue emergenze, le sue fragilità e le sue contraddizioni. E forse è proprio questo il terreno sul quale si misurerà, da qui alle prossime elezioni, la narrazione del sindaco. La domanda, quando arriverà il momento, non sarà soltanto se Palermo sia cambiata. Sarà molto più semplice e molto più politica: è cambiata abbastanza da convincere i palermitani a concedere a chi la governa altri cinque anni per completare il lavoro?


















