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Vespri Siciliani: il curioso ruolo dei ceci nella rivolta del 1282 contro gli Angioini

Nei Vespri Siciliani la semplice pronuncia della parola “ceci” divenne un mezzo inaspettato per sconfiggere i francesi e liberarsi dalla loro oppressione

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In Sicilia, nel XIII secolo, la pronuncia della parola “ceci” rese riconoscibili tre mila francesi alla popolazione locale, rendendo evidente la loro provenienza e causandone la morte. La cacciata dei francesi dall’Isola, in occasione dei Vespri Siciliani, è legata a questo curioso aneddoto, che per la sua singolarità potrebbe apparire quasi fantasioso.

La storia dei Vespri Siciliani tra mito e leggenda

Tutto ebbe inizio a Palermo la sera del 30 marzo 1282, giorno del Lunedì dell’Angelo, quando le campane della chiesa del Santo Spirito richiamavano i fedeli per la preghiera dei Vespri. Tradizione vuole che un militare francese, di nome Drouet, mise le mani addosso a una giovane nobildonna con il pretesto di una perquisizione. Il suo comportamento sconveniente scatenò l’ira del marito della donna, che di colpo sottrasse la spada al soldato e lo uccise. 

"I Vespri siciliani" di Francesco Hayez (1846)
“I Vespri siciliani” di Francesco Hayez (1846)

L’episodio dell’assassinio del militare francese fu la miccia della rivolta dei siciliani contro gli Angioini, che coinvolse velocemente tutta la città di Palermo e poi tutta l’Isola, in virtù del malcontento dovuto al governo degli oppressori. Ciò portò all’esplosione della cosiddetta guerra del Vespro. Il conflitto durò ben 20 anni e terminò con la Pace di Caltabellotta nel 1302, che riconobbe Federico III d’Aragona come re di Sicilia.

Tuttavia, gli scontri tra Angioini e Aragonesi per il controllo del meridione si conclusero solo nel 1372 con il Trattato di Avignone, che stabiliva il passaggio della Sicilia sotto il domino spagnolo degli Aragona. Terminarono così le speranze dei siciliani di creare uno Stato autonomo, dando il via ad un lungo periodo di egemonia spagnola sull’Isola. 

Il “test dei ceci” nella rivolta dei Vespri

L’episodio dei Vespri Siciliani diede il via a una vera e propria caccia ai francesi. Nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1282 i palermitani uccisero circa tre mila francesi, tra soldati e civili. Questi ultimi, che tentavano di nascondersi mischiandosi alla popolazione locale, furono riconosciuti con il cosiddetto test dei cìciri. Si racconta, infatti, che per identificare coloro che non erano nativi dell’Isola gli venisse chiesto di pronunciare la parola cìciri, ossia “ceci” in dialetto. A causa del loro distinto accento, i francesi avevano difficoltà a scandire correttamente la parola. Con questo astuto stratagemma le loro origini venivano facilmente scoperte. 

I Vespri Siciliani nell’arte e nella letteratura

La rivolta dei Vespri Siciliani è divenuta un simbolo di resistenza contro gli oppressori, tanto da essere più volte ripresa nell’arte e nella letteratura italiane. Ad esempio, nella Divina Commedia, all’interno del canto VIII del Paradiso, Dante e Beatrice incontrano Carlo Martello, figlio di Carlo II d’Angiò, che medita sulle terre di cui sarebbe diventato re se non fosse morto. Tra queste ci sarebbe potuta essere anche la Sicilia, se i suoi abitanti non avessero cacciato i francesi.

“Se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: Mora, mora!“. (Dante, Divina Commedia, canto VIII del Paradiso, vv. 70-73 )

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"Carlo Martello", illustrazione di Gustave Doré
“Carlo Martello”, illustrazione di Gustave Doré

Per gli artisti del Risorgimento, invece, la rivolta ha rappresentato l’emblema della lotta allo straniero (sia esso francese, austriaco o spagnolo). Questo ideale ispirò il pittore Francesco Hayez nella realizzazione dell’opera I vespri siciliani (1846). La storia della rivolta siciliana, infine, ispirò anche Giuseppe Verdi, che compose l’omonimo dramma lirico nel 1855.

Leggi anche:  A 744 anni dai Vespri Siciliani: quando la Sicilia si ribellò agli angioini

Articolo di Gaia Pitarresi

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