Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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Il Palazzo ENEL di Palermo: quando la modernità ha parlato siciliano

Scala elicoidale, giardino urbano e cemento che diventa arte: il Palazzo ENEL di Giuseppe Samonà è un pezzo di storia palermitana da riscoprire.

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In mezzo ai palazzi anonimi di via Autonomia Siciliana – oggi intitolata a Giuseppe Alessi – ce n’è uno che non passa inosservato. Ha un giardino che si apre sulla città, una scala elicoidale che sembra scolpita più che costruita, e quattro corpi che si rincorrono attorno a una corte interna. È il Palazzo ENEL di Palermo, firmato dall’architetto Giuseppe Samonà: un edificio che dagli anni Sessanta racconta la voglia di modernità della Sicilia e che ancora oggi riesce a sorprendere chi lo guarda con attenzione.

La sfida degli anni Sessanta

Il boom economico aveva cambiato l’Italia, e la Sicilia voleva starci dentro. La SGES, poi diventata ENEL, decise di affidarsi a Samonà per costruire una sede che non fosse solo un ufficio, ma un simbolo. Il risultato? Un edificio che rompeva con la tradizione, capace di dialogare con il tessuto urbano e di portare in città una ventata di architettura europea, senza perdere il legame con il Mediterraneo.

Cemento, vetro e colore: un’architettura che respira

palazzo enel Palermo
Credit: Mapei.com

Niente blocco compatto: Samonà immagina il palazzo come un mosaico di volumi. Pilotis a vista, facciate in travertino, pannelli di vetrocemento e improvvisi tocchi di rosso e blu: materiali diversi che insieme creano armonia. L’elemento che cattura di più lo sguardo è la scala elicoidale in cemento armato, un colpo d’occhio che sembra una scultura più che un semplice collegamento tra i piani.

Il giardino che apre la città

Il Palazzo ENEL di Palermo: quando la modernità ha parlato siciliano - Be Sicily Mag - Palazzo Enel immagine satellitare

Al centro c’è un giardino. Non un dettaglio, ma il cuore del progetto. Una scelta che spezza l’idea di “palazzo chiuso” e restituisce respiro al quartiere. È un verde che si lega alla tradizione ottocentesca di Palermo, quella delle ville con parchi interni, e che ancora oggi ricorda come l’architettura possa essere anche spazio di condivisione.

Giuseppe Samonà, l’architetto che guardava lontano

Giuseppe Samonà
Credit: Domenico Arena – Flickr

Palermitano, classe 1898, Samonà non fu solo progettista: fu professore, direttore dello IUAV di Venezia, innovatore culturale. Nei suoi edifici convivono rigore e libertà, razionalismo europeo e sensibilità mediterranea. Il Palazzo ENEL è forse il suo lavoro più maturo: un punto d’incontro tra influenze internazionali e identità siciliana.

Brutalismo, ma con eleganza

Il Palazzo ENEL di Palermo: quando la modernità ha parlato siciliano - Be Sicily Mag - image 13
Credit: Docomomo Italia

Negli anni Sessanta il brutalismo – cemento nudo, forme massicce, estetica dei materiali – cominciava a diffondersi anche in Italia. Il Palazzo ENEL ne raccoglie l’anima, ma con una delicatezza tutta siciliana: il cemento non è mai freddo, ma vivo, attraversato dalla luce che rimbalza tra i volumi fino al giardino. È qui che Samonà dimostra che anche la “durezza” può diventare poesia architettonica.

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Tra riconoscimenti e ferite

All’epoca fu accolto con entusiasmo dalla critica. Oggi è inserito nel registro DOCOMOMO, che tutela le opere più significative del Movimento Moderno. Eppure, negli anni non sono mancati i colpi bassi: interni standardizzati, cartelloni pubblicitari che ne hanno oscurato le facciate. Per fortuna, restauri recenti hanno restituito dignità agli esterni, riaccendendo la voglia di proteggerlo davvero.

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Una lezione ancora viva

Guardare il Palazzo ENEL oggi significa capire che anche una sede aziendale può diventare patrimonio culturale. È la prova che architettura e città possono crescere insieme, che si può essere funzionali senza rinunciare alla bellezza. In un’epoca di edifici standardizzati e copie senza anima, l’opera di Samonà resta un invito: costruire è anche raccontare.

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