Il 26 gennaio 1979 il boss mafioso Leoluca Bagarella metteva fine – a colpi di pistola – alla vita del giornalista Mario Francese. L’omicidio ebbe luogo in viale Campania, a Palermo, dove Francese viveva con la famiglia. A 47 anni di distanza, la sua memoria continua ad essere celebrata grazie all’impegno di Assostampa e del Gruppo cronisti che, oggi alle 9.30, di fronte alla targa commemorativa del giornalista, ha ricordato il suo lavoro incorruttibile e inarrestabile alla presenza delle istituzioni e del figlio, Giulio Francese.
Giulio Francese: “Ricordo mio padre e tutte le persone innocenti che hanno perso la vita per opporsi alla mafia”
A commemorare Mario Francese, nella giornata di oggi, sono stati anche alcuni ragazzi degli istituti Marconi e Pareto di Palermo con delle letture. “Ringrazio tutti voi, le autorità presenti, i colleghi e soprattutto i giovani. Oggi mi avete emozionato tantissimo”, ha dichiarato Giulio Francese. “A stento sono riuscito a trattenere le lacrime. Avete detto tutto voi, in maniera spontanea e genuina. Avete dato una risposta a chi dice che queste cerimonie non servono a nulla. Riuscire a celebrare mio padre, in questo luogo negli ultimi vent’anni, è stata una grande conquista. La città per ventisette anni lo aveva dimenticato. Di mio padre voglio sottolineare il senso del dovere, la passione per il suo mestiere e quella civile. Voleva dare un contributo alla costruzione di una realtà migliore. Per questo, oggi, voglio ricordare lui e tutte le persone innocenti che hanno perso la vita perché si sono battute contro la mafia”.
Le parole di Lagalla e Mariani
A esprimere la sua gratitudine nei confronti del cronista, anche il sindaco Roberto Lagalla: “In quegli anni vivevamo una stagione in cui la collusione tra le istituzioni e l’organizzazione mafiosa dominava e spadroneggiava all’interno della città. Oggi invece, viviamo una stagione, che è quella che vivono anche tante altre città metropolitane per gli effetti di un disagio socio economico che investe soprattutto alcune fasce giovanili. Ma c’è una presenza dello Stato, delle istituzioni e una forte risposta civile”.
“Con Mario Francese è esistito un giornalismo attento ai fatti. Lui è stato il giornalismo, aveva un senso di responsabilità nell’uso della parola, che era sempre sobria. Lui, cinquant’anni fa, aveva già capito quanto fosse importante attivarsi per contrastare certi fenomeni, come infiltrazioni in appalti e piccoli subappalti. Temi che, in un’epoca come la nostra, in cui la legislazione antimafia viene messa in discussione, restano attuali”, ha concluso il prefetto di Palermo Massimo Mariani.
Chi era Mario Francese: una vita dedicata all’informazione
Nato a Siracusa il 6 febbraio 1925, Mario Francese lasciò presto la città natale per raggiungere il capoluogo siciliano, dove intraprese gli studi classici e in seguito la Facoltà di Ingegneria. Quella però, non era la sua strada. Se ne accorse muovendo i primi passi nel mondo del giornalismo, come telescriventista dell’ANSA. In seguito, i primi articoli per il quotidiano La Sicilia di Catania e il ruolo nell’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana, a conferma del suo talento nella professione giornalistica.
Nel 1958 sposò Maria Sagona, da cui ebbe quattro figli: Giulio, Fabio, Massimo e Giuseppe. In seguito, divenne giornalista professionista e si dedicò alla cronaca giudiziaria fino alla sua scomparsa, occupandosi di casi come la strage di Ciaculli e il processo ai Corleonesi (1969, Bari).
Tra i suoi pezzi più ricordati c’è l’intervista a Antonietta Bagarella, moglie di Totò Riina e sorella di Leoluca Bagarella, entrambi accusati e processati per l’omicidio di Francese.
La penna che svegliò la rabbia di Cosa Nostra
Il cronista siracusano indagò e raccontò per primo il grande affare mafioso legato alla diga sul Lago Garcia, svelando speculazioni su espropri, subappalti.
Da cronista giudiziario del Giornale di Sicilia, fece nomi e cognomi, anticipò l’ascesa dei Corleonesi e individuò la “Commissione” mafiosa, collegando omicidi e affari criminali.
Fu proprio il suo impegno nel voler scardinare un sistema marcio, che lasciava una lunga scia di violenza, a costargli la vita. Francese aveva infatti attirato l’attenzione dei più grandi boss del tempo che, prima dell’omicidio, lo avevano già più volte intimidito.
L’omicidio
Il 26 gennaio 1979, dopo una lunga giornata lavorativa, Mario Francese tornò verso casa con la sua Alfa Romeo. La aveva appena parcheggiata quando venne raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco, che lo uccisero sul colpo.
A causa di una terribile coincidenza, fu il figlio Giulio Francese, ai tempi giovanissimo giornalista, ad essere chiamato sul posto per un servizio su un uomo morto in viale Campania.
L’impegno di Giuseppe Francese
Da quel giorno, e prima delle condanne dell’11 aprile 2001, furono in pochi a sostenere la famiglia Francese. Per anni si disse: La mafia non c’entra nulla.
Fu grazie all’impegno instancabile di Giuseppe Francese – il più piccolo tra i suoi figli – se si arrivò a una condanna dei mandanti e dell’esecutore del delitto.
In vent’anni Giuseppe raccolse con estrema meticolosità informazioni, testimonianze, dati ed elementi utili a poter identificare chi ci fosse dietro la scomparsa del padre. Nel 2001, riuscì nella sua impresa. Il processo ai responsabili ebbe infatti luogo con rito abbreviato e si concluse con la condanna a 30 anni di Totò Riina e degli altri componenti della “cupola” mafiosa: Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Leoluca Bagarella (esecutore materiale) e Giuseppe Calò.
Nella motivazione della sentenza della Cassazione che condannò esecutori e mandanti, si legge che “Mario Francese possedeva una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità delle linee evolutive di Cosa Nostra”.
Dopo la sentenza di primo grado, il 3 settembre del 2002, Giuseppe scelse di togliersi la vita. Prima, scrisse un biglietto per la famiglia: “Ho svolto il mio compito, ho fatto il mio dovere, vi abbraccio tutti, scusatemi”.




















