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Legge Rognoni-La Torre, la svolta nella lotta alla mafia

Approvata nel 1982, la legge introdusse strumenti fondamentali per contrastare Cosa nostra

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La legge 13 settembre 1982, n. 646, conosciuta come legge Rognoni-La Torre, rappresenta una delle principali svolte nella legislazione italiana contro la criminalità organizzata. Nata dall’iniziativa del parlamentare comunista siciliano Pio La Torre e portata avanti dal ministro dell’Interno Virginio Rognoni, la normativa introdusse strumenti destinati a cambiare profondamente la lotta alla mafia.

La proposta di Pio La Torre

L’origine della legge risale alla proposta di legge n. 1581, presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 e avente come primo firmatario Pio La Torre. Il progetto puntava a colpire la mafia non soltanto attraverso la repressione dei singoli reati, ma riconoscendo la specificità dell’organizzazione mafiosa e intervenendo anche sui patrimoni accumulati illegalmente.

Alla formulazione tecnica della normativa collaborarono anche i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, allora in servizio alla Procura della Repubblica di Palermo. Successivamente, il Governo Spadolini presentò nel novembre 1981 un proprio disegno di legge che contribuì al percorso che avrebbe portato all’approvazione della normativa.

L’importanza della legge

L’iter legislativo subì una forte accelerazione nel 1982, anno segnato da due drammatici omicidi a Palermo. Il 30 aprile venne assassinato Pio La Torre, mentre il 3 settembre fu ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. La legge Rognoni-La Torre fu approvata il 13 settembre 1982, pochi giorni dopo la strage di via Isidoro Carini.

La normativa divenne così uno degli strumenti centrali della strategia dello Stato contro Cosa nostra, introducendo misure di prevenzione e contrasto che avrebbero avuto un ruolo fondamentale anche negli anni successivi nella lotta alla criminalità organizzata, tra cui la confisca dei beni mafiosi. L’intuizione di Pio La Torre – pagata con la vita – fu tanto semplice quanto efficace: per sconfiggere i clan non bastava arrestare i boss, bisognava azzerare il loro potere finanziario. Il meccanismo colpisce i patrimoni accumulati illegalmente attraverso indagini bancarie e scatta quando c’è una netta sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dal sospettato.

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