E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai, canta Ermal Meta. Qualche anno prima, Alda Merini scriveva: Siamo state amate e odiate; adorate e rinnegate; baciate e uccise; solo perché donne. Un uomo, una donna, due realtà diverse, un solo modo di vedere e affrontare il problema: l’amore non fa male, non umilia e non uccide. La violenza contro le donne è un fenomeno strutturale, trasversale, subdolo. Comincia con una parola, un pregiudizio, un silenzio. E può finire solo con l’educazione, l’ascolto, l’azione. Pensiamo, parliamo e non voltiamoci dall’altra parte. È quello che fa quotidianamente Valentina Capizzi, quarantenne catanese che guida l’associazione #DonneVietatoMorire, impegnata soprattutto nella prevenzione della violenza sulle donne e nella promozione dell’autodifesa femminile.
I numeri della violenza sulle donne
La violenza non è un evento improvviso o un caso isolato. Non è un’emergenza che riguarda soltanto i casi che arrivano sulle pagine dei giornali. È un fenomeno molto più vasto, spesso sommerso e ancora difficile da raccontare fino in fondo. I dati Istat più recenti fotografano una realtà impressionante: nel 2025, in Italia, circa 6 milioni e 400 mila donne tra i 16 e i 75 anni (il 31,9%) hanno dichiarato di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. E c’è un altro dato che obbliga a guardare alla violenza oltre lo stereotipo dello sconosciuto incontrato per strada: il 12,6% delle donne che hanno o hanno avuto un partner ha subito violenza fisica o sessuale all’interno della coppia. La violenza psicologica riguarda il 17,9% e quella economica il 6,6%. Una delle figure maggiormente coinvolte? Gli ex partner.
In Sicilia il quadro si intreccia anche con la disponibilità dei servizi. Nel 2024, secondo la rilevazione Istat-dipartimento per le Pari Opportunità, risultavano 34 Centri antiviolenza attivi. L’Ars ha inoltre evidenziato una disponibilità di circa 0,11 centri antiviolenza ogni 10 mila donne, al di sotto della media nazionale. Numeri che raccontano una doppia difficoltà: da una parte la persistenza della violenza, dall’altra la necessità di garantire alle donne luoghi, persone e strumenti concreti per poter chiedere aiuto e cominciare un percorso di uscita.
Parla Valentina Capizzi di #DonneVietatoMorire
A parlare dell’argomento a Be Sicily Mag è Valentina Capizzi, professionista che sa cosa c’è dietro ai numeri, quanto è ancora profondo il sommerso e soprattutto cosa serve per prevenire la violenza prima che diventi irreparabile. “Il progetto #DonneVietatoMorire – spiega – è nato dalla necessità di fare qualcosa di concreto sul tema della violenza contro le donne. Insomma non parlarne quando ormai la violenza è già avvenuta, quando restano soltanto le conseguenze, le ferite, il dolore e spesso una domanda che arriva troppo tardi: cosa avremmo potuto fare prima? Per me la parola più importante è sempre stata prevenzione. Prevenire significa informare, educare, formare, creare consapevolezza. Significa dare strumenti concreti, ma anche imparare a riconoscere quei segnali che spesso vengono sottovalutati perché considerati normali, soprattutto all’interno di una relazione”.
I corsi di autodifesa
Una delle scelte più importanti fatte da Valentina Capizzi riguarda i corsi di autodifesa, che ha voluto fossero gratuiti. Una scelta etica e sociale. “Quando parlo di autodifesa, non parlo di una lezione teorica in cui si spiegano alcuni comportamenti da adottare. Parlo di pratica. La tecnica deve essere provata, deve essere ripetuta. Deve diventare qualcosa che il corpo ha già sperimentato. Si lavora sulle prese, sulle situazioni realistiche, sulle modalità con cui reagire e soprattutto sulla capacità di mantenere lucidità anche quando il corpo è sottoposto a stress”.
“In una situazione di pericolo – ha spiegato – non possiamo sapere in anticipo come reagiremo. La paura può bloccare. L’adrenalina può modificare la percezione. Il corpo può entrare in uno stato di allerta e in quei momenti non sempre è possibile ragionare con la stessa lucidità che avremmo in una situazione normale. Non insegniamo movimenti casuali e non facciamo dimostrazioni spettacolari. L’obiettivo non è impressionare qualcuno ma preparare una persona. L’obiettivo è fornire strumenti fisici e psicologici. Perché l’autodifesa comincia molto prima del gesto fisico. Comincia dalla consapevolezza del proprio corpo, dello spazio che ci circonda, dei propri limiti, della possibilità di dire no. E c’è anche un altro aspetto che considero molto importante: il rapporto con il proprio corpo”.
“Molte donne – continua – arrivano a un corso di autodifesa pensando di essere fragili. Alcune non hanno mai praticato attività fisica, altre hanno poca fiducia nelle proprie capacità. Poi, tramite il percorso, scoprono che il proprio corpo non è qualcosa di cui avere paura o di cui vergognarsi, ma uno strumento che possono conoscere e utilizzare. Cominciano a cambiare il modo di stare nello spazio. Il modo di muoversi. Il modo di guardare. Il modo di dire no. E questo produce spesso un cambiamento che va molto oltre l’aspetto fisico. È un cambiamento psicologico. Una donna non deve uscire da un corso pensando che il mondo sia un luogo pericoloso da cui deve continuamente difendersi. Deve uscire pensando di avere qualche strumento in più per affrontare il mondo”.
L’importanza della prevenzione
Con il tempo, però, Valentina Capizzi si è resa conto che un percorso di prevenzione non poteva fermarsi all’autodifesa fisica. “La violenza è un fenomeno molto più complesso. Una donna può imparare a liberarsi da una presa, ma deve anche sapere riconoscere una relazione in cui viene progressivamente privata della propria libertà. Deve poter comprendere quando la gelosia diventa possesso, quando l’attenzione diventa controllo, quando la protezione diventa limitazione, quando una richiesta diventa un’imposizione, quando una parola diventa un’umiliazione. Sono meccanismi che possono iniziare in maniera quasi impercettibile. Ed è proprio questo il problema. Molti comportamenti vengono normalizzati”.
La prevenzione deve quindi insegnare anche a riconoscere questi segnali. “Non possiamo aspettare che ci sia una violenza fisica. Ed è proprio in questa fase che diventano fondamentali la psicologia, la pedagogia, l’educazione e anche la conoscenza degli strumenti legali. Donne#VietatoMorire è progressivamente cresciuto proprio in questa direzione. L’autodifesa lavora sul corpo e sulla capacità di reagire. La psicologia permette di comprendere i meccanismi della violenza, della manipolazione e della dipendenza emotiva. La pedagogia e l’educazione consentono di intervenire sulle nuove generazioni. La conoscenza degli strumenti legali permette alle donne di comprendere quali sono i propri diritti, quali possibilità hanno e a chi possono rivolgersi. Sono livelli diversi che devono dialogare. Perché non esiste una sola forma di violenza e, di conseguenza, non può esistere una sola forma di prevenzione”.
Il ruolo dell’arte
C’è poi un elemento che per Valentina Capizzi è diventato sempre più centrale: la cultura. “Credo che l’arte abbia possa farci guardare qualcosa che normalmente evitiamo. Può emozionarci. Può metterci davanti a una domanda. Può creare disagio, riflessione, confronto. E proprio perché non ci offre necessariamente una risposta immediata, può aprire uno spazio dentro di noi. Non possiamo parlare solo attraverso numeri, statistiche e cronaca, anche se sono fondamentali. Dobbiamo parlare anche tramite le emozioni. Dobbiamo creare occasioni in cui le persone possano fermarsi e interrogarsi. La cultura può entrare dove a volte un discorso puramente informativo non riesce ad arrivare. L’arte non sostituisce la formazione, la psicologia o gli strumenti concreti di prevenzione, ma può affiancarli e può creare un linguaggio capace di coinvolgere persone che magari non si avvicinerebbero spontaneamente a un progetto dedicato alla violenza”.
Negli anni il progetto ha quindi sviluppato iniziative diverse. “Per me – ha concluso – portare #DonneVietatoMorire in territori diversi significa creare una rete. Significa ascoltare. Credo molto anche nella collaborazione. Nessuno può affrontare da solo un problema così complesso. Servono professionisti, istituzioni, associazioni, scuole, famiglie, forze sociali e culturali”.




















